Firenze, 19 giugno 2017 - Su don Milani è stata compiuta un'importante operazione filologica con riferimento alle sue opere e a documenti e testimonianze che si sono sedimentati dalla sua morte a oggi (quadri compresi). I Meridiani curati da Alberto Melloni sono espressione di questo rigore. Al tempo stesso si è precisato il contesto in cui si è inserita la sua testimonianza e anche il profilo delle figure con cui don Milani ha interloquito o con cui si è scontrato: non sempre, peraltro, questa dialettica è univoca o risponde ai criteri che incastonano quello o l'altro nella narrazione “progressista” o “reazionaria”.

Oggi il cardinale Florit, ad esempio, pur caratterizzato da una provenienza specifica (i suoi rapporti con il partito romano, la sua nomina in chiave “normalizzatrice” rispetto a Dalla Costa) emerge sotto un'altra luce, quella che don Milani aveva intuito non capacitandosi dell'incomprensione del suo vescovo; quella che d'altra parte Florit aveva progressivamente colto in don Milani, soprattutto dopo la sua morte, come “segno di contraddizione”, sulla cui tomba andare a pregare anche per dire a chi lo accompagnava: “Quanto sono stato ingannato su quest'uomo”.

Oggi la trama di quest'"inganno" è in parte più chiara: don Milani si era sentito usato contro il suo vescovo non solo dai confratelli che non lo capivano, ma anche dai salotti fiorentini e di parte degli ambienti progressisti della Chiesa. Per questo aveva decretato dal letto di infermità “il blocco continentale” con l'interdizione a salire a Barbiana per quanti riconosceva appartenenti a questi ambienti.

Che poi volesse bene a parte di costoro e che con altrettanto affetto fosse ricambiato è un altro fatto, ma questo non altera la sostanza di un segnale forte per dire sia la sua fiducia nella Chiesa dei sacramenti, tutta, sia il non volere vedere banalizzato in chiave politica il suo vissuto evangelico.

“Per farsi capire dalla Chiesa – ha osservato Andrea Riccardi nella sua introduzione a 'L'esilio di Barbiana' di Michele Gesualdi – don Milani non volevi servirsi di una politica mediativa o ecclesiastica, ma nemmeno si contrapponeva in spirito di rottura: obbediva e parlava”. Siamo lontani dal profilo del “cattolico del dissenso”. Quello con la Chiesa “è un legame vitale”.

Non a caso Papa Francesco, nel suo videomessaggio, ha ripreso in apertura il brano di don Milani sulla confessione, quindi la 'Lettera a Pipetta' e infine l'amore per i poveri come amore a Dio così come testimoniato dal priore stesso nel suo testamento. E' passato molto tempo, certo, ma resta una materia viva, che è il messaggio del priore di Barbiana, la sua spiritualità levigata e fondata teologicamente su solide basi, e su un mistero che è la conversione dell'uomo, con i suoi sogni, come quello che Papa Francesco realizzerà a Barbiana, quando riunirà intorno a don Lorenzo gli allievi del priore, quelli che lui aveva “iconizzato” nel mosaico del Santo Scolaro, nella chiesa di Sant'Andrea a Barbiana: un ragazzino col saio francescano e un libro tra le mani a coprirne il volto perché chiunque potesse riconoscersi in lui.

Don Lorenzo voleva creare in qualche modo una comunità. Se si si mette l'accento su questo o quell'aspetto del suo carattere, sui tratti più macchiettizzati con cui non di rado viene ripreso e malamente interpretato, ci si allontana da lui e dalla sostanza del suo amore per Dio e per le 44 anime di Barbiana, quelle che poteva, doveva e voleva amare, come quelle che aveva amato nella scuola popolare di San Donato a Calenzano; quelle, tutte, che voleva Chiesa, che voleva comunità. La differenza tra il priore di Barbiana e altre figure, anche nobili, è che lui non faceva teoria, nemmeno la faceva applicare ad altri, ma condivideva con passione paterna il destino del gregge che gli era stato affidato. Papa Francesco ha proiettato tutto questo in avanti, con la rilettura della scuola come chiave di accoglienza per i profughi e i richiedenti asilo e, d'altra parte, come mezzo di riacquisizione della sovranità dei giovani dissipata, per egoismo, dai loro padri. Papa Francesco non guarda indietro, ma dà futuro a don Milani. E dà prospettiva alla sua “comunità”.

A giugno, i “ragazzi” del priore si ritroveranno come uomini e donne maturi, alcuni molto anziani, accanto al maestro e padre. E in una stagione nuova, riconciliata, insieme al Papa vivranno in altro modo quanto l'architetto Giovanni Michelucci colse il giorno del funerale a Barbiana: “…questo senso sacro, importante, immenso, che investiva tutto, anche la campagna.

Tutto si era fermato in attesa di questo avvenimento. All’ultimo, mi accorsi, che noi presenti, un centinaio di persone, c’eravamo disposti in circolo intorno alla fossa. Un cerchio perfetto. Allora capii la forma della chiesa, quale poteva essere quella nata nei nostri animi. Se ciascuno di noi avesse avuto una pietra, l’avrebbe messa così, come noi, nel nostro stesso posto, costruendo appunto questo grande cerchio”.