Firenze, 22 aprile 2017 - «Basta. Non è possibile continuare a dar voce a un tentativo commerciale. Il fatto che lo si stia riducendo a oggetto di chiacchiera sterile mi fa tanta rabbia. Dico che invece di parlare sarebbe meglio dimenticare questa storia». E’ incredulo Francuccio Gesualdi, discepolo di don Milani – dieci anni passati con lui dal ’57 al ’67 – e non tollera più. Assieme al fratello Michele ha stilato un documento col quale prende le distanze dalle notizie uscite su molti giornali che raccontano in un libro un don Milani ambiguo, fin troppo vicino ai bambini.

Gesualdi: era pedofilo don Milani?

«Ma come si fa solo a pensarlo? Era un persona che voleva talmente bene alle creature calpestate che per loro ha avuto una dedizione totale di amore allo stato puro. Trasformava l’ amore in senso evangelico fino a farlo diventare quasi ascetico. Ma come si fa?»

Si sente offeso?

«Offeso? E’ come se avessero dato di pedofilo a mio padre. Riuscire a trasportare il senso assoluto dell’amore in qualcosa di pornografico è a di poco pazzesco. Don Milani parlava di amore e in questi giorni si arriva a trasformarlo al contrario?».

Come al contrario?

«L’amore non è certamente usare le persone per piacere, perché questo fa la pedofilia: rovescia il concetto d’amore. Dove l’altro, per giunta un bambino, diventa oggetto del piacere. Uno sfruttamento bieco, un rovesciamento dei valori, uno scandalo solo pensarlo ma soprattutto collegarlo a Don Milani».

E di questo libro che in qualche modo lo denuncia che dice?

«Ma che devo dire? Chiedo a che titolo e con quali elementi si possano scrivere simili cose decontestalizzandole dal loro contesto. In tutte le relazioni umane se ami qualcuno lo abbracci. Questo solo è lo spirito che andava esaltato: e invece no».

Secondo lei perché è accaduto?

«Qualcuno che vuole strumentalizzare una persona come don Milani che ha parlato d’amore come concetto di liberazione. Persona che voleva talmente bene agli ultimi da avere una dedizione totale per tutta la sua vita. Questa è l’unica realtà».

Cosa ha imparato da don Lorenzo?

«Ha speso la sua vita per ridare dignità ai contadini e agli operai, che a causa della propria inferiorità culturale, erano umiliati, oppressi e saccheggiati da imprenditori, proprietari terrieri e ogni sorta di profittatori. E oggi lo infangano».

Don Milani che ammetteva debolezze via lettera?

«Ma via. Scriveva agli amici e si lasciava andare con linguaggio colorito perché le mandava, appunto, agli amici e non si misurava nelle parole. Sapeva di poterci fare affidamento vista la confidenza. Erano lettere private a persone con le quali c’era stato un prima e magari un ragionamento. E questo don Lorenzo lo descrive con una tranquillità assoluta, con quel carattare ruvido e dolcissimo, certo di non essere travisato».

E invece?

«Dopo cinquant’anni dalla morte è capitato. L’unico atteggiamento corretto è capire cosa ha ancora di importante da dirci. E assumerci le nostre responsabilità».