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Omicidio Meredith, Amanda sfida la giustizia italiana: "Non torno per un altro processo"

Tra un mese l'appello bis. Amanda Knox rivela la snervante attesa del nuovo processo: "Ho già fatto 86 udienze"
di Roberto Conticelli

Amanda Knox al suo arrivo in tribunale a Perugia il 30 settembre 2011 (Foto di Afp Photo/Tiziana Fabi)
Amanda Knox al suo arrivo in tribunale a Perugia il 30 settembre 2011 (Foto di Afp Photo/Tiziana Fabi)

Perugia, 24 agosto 2013 - «HO SOSTENUTO 86 udienze e in decine di occasioni ho presentato dichiarazioni spontanee, che altro dovrei dire o fare di più?». Amanda Knox tenta di scrutare oltre le nebbie del proprio futuro processuale in Italia.

Qualche giorno fa ha incontrato nella sua città, Seattle, l’avvocato perugino Luciano Ghirga, suo storico legale. È stato una specie di briefing in vista del 30 settembre, data in cui a Firenze si aprirà il processo in Corte d’Assise d’Appello all’indomani della clamorosa decisione della Cassazione che ha annullato l’assoluzione della studentessa americana e del suo fidanzato d’allora, Raffaele Sollecito.

Cinque giorni intensi di confronto tra i legali, c’era anche l’avvocato Carlo Dalla Vedova, e la giovane imputata nel processo per l’uccisione della studentessa inglese Meredith Kercher a Perugia e divenuta suo malgrado protagonista di una vicenda giudiziaria passata alla storia. Lunghe e snervanti ore trascorse sulle carte processuali con il solo conforto della presenza dei familiari, intervallate da rare interruzioni per il pranzo in questo o quel locale esotico all’interno del quartiere cinese di Seattle, la zona in cui Amanda vive da sola in un appartamento soltanto di rado frequentato dal suo fidanzato musicista.

«NON VOGLIO sfuggire al nuovo processo che mi attende, ma non torno in Italia perché non capisco», questo è ciò che sostiene Amanda con un misto di forza e timore. «E dopo quanto accaduto — riferisce Ghirga — risulta davvero difficile darle torto». Smagrita, in preda all’ansia, consapevole di essere in procinto di affrontare una prova cruciale per il proprio destino. Amanda sembra essere tutt’altro che la giovane cinica e disinteressata di molte, magari affrettate, descrizioni. «Dentro» al processo, almeno psicologicamente, ma non fino al punto di presentarsi davanti ai giudici fiorentini. Proprio perché evidentemente — è quanto traspare dalle sue parole — ritiene di aver già onorato tutti i propri obblighi verso il nostro sistema giudiziario. Per questa nuova fase processuale, che fatica a comprendere in quanto lontana dai canoni giudiziari del suo paese, Amanda si affida completamente ai suoi avvocati ma non per questo non avverte il peso del momento.

SONO GIORNATE di trepidante attesa queste vissute a Seattle. Amanda studia e lavora e con la normalità tenta di allontanare la tensione. Per tre giorni alla settimana è addetta alla catalogazione in una biblioteca cittadina, nel resto del tempo studia lingue e scrittura. Sembra tenere molto al nuovo legame affettivo e lo sbandierato recente incontro a New York con Raffaele in realtà non ha avuto per lei alcun significato personale. I due si mantengono in contatto ma tra loro non sembra esserci altro, a unirli, che non le alterne fasi di una storia infinita.

Amanda vede spesso i genitori e di fatto il suo mondo appare come interamente concentrato in un quarto d’ora di cammino. Non ha l’auto, viaggia a piedi e così si reca in biblioteca o nei locali che l’interessano. Dell’Italia e di Perugia in particolare non ha un gran ricordo, è comprensibile. Di fatto Perugia la conosce pochissimo perché assai poco l’ha frequentata. Era arrivata da non molto e non conosceva nessuno quando s’è verificato il fatto. Anche il doverle spiegare che ora il suo domani verrà deciso a Firenze non è stato agevole. Conosce Firenze e le bellezze della città, ma è difficile far comprendere a un americano quali meccanismi di competenze territoriali possono entrare in gioco nel nostro sistema giudiziario.

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