Il servizio per la cura dei reclusi e dei minori
Firenze, 4 febbraio 2012 - La vita di don Giulio Facibeni è una parabola che si racchiude in due estemi geografici e di tempo, la nascita a Galeata il 29 luglio 1884 e la sua morte a Firenze, città in cui ebbe un destino dopo la stagione delle trincee, il 2 giugno 1958.
Molti profili sono usciti su di lui, ma è l'avvicinamento col metodo storico che ne fa risaltare la spiritualità che permea la sua Opera Madonnina del Grappa, suscitata nella Firenze operaia di Rifredi e da lì animata a tante latitudini (oggi dall'Albania al Brasile).
Recentemente Enrico Nistri, nel suo 'La Firenze della Ricostruzione (1944-1957), per Ibiskos, frutto di una lunga ricerca condotta negli anni su una mole notevole di documenti, ha posto l'accento sul fatto che "la politica - intesa come politica politicante, lotta di classe, occasione per dare sfogo a rivalse sociali o personali - rimase sempre fuori dei suoi orizzonti", per quanto sia nota e documentata la sua partecipazione alla primavera lapiriana.
Per comprendere meglio questi aspetti, Nistri cita una sua "umanissima lettera" del 31 dicembre 1945 a Corso Guicciardini, in seguito ordinato sacerdote e suo successore nella guida dell'Opera: "Il 1945 se ne va in un'atmosfera di tristezza e di ansiosa attesa.
Che cosa ci porterà il 1946? Gli uomini della politica, della scienza, della piazza, fanno calcoli, previsioni, secondo paritcolari vedute, programmi. Noi facciamo un solo proposito: conoscere sempre meglio Gesù, per amarlo sempre più e servirlo fedelmente nei poveri e negli infelici". Parole-bussola in un tempo di transizione, dunque particolarmente attuali.
Data centrale per la vita della comunità della Madonnina del Grappa da lui fondata è il 31 gennaio, ricorrenza di San Giulio sacerdote, scelta come festa onomastica di quello che tutti chiamano nella tradizione ecclesiale fiorentina il “Padre”. “E' stata sempre un' occasione – dicono alla Madonnina - perchè tutta la famiglia del'Opera si riunisse intorno al Padre”.
Ed è accaduto anche martedì scorso. Nonostante il freddo incipiente e i timori di neve, è stata celebrata la messa dai sacerdoti dell’Opera con l'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori. Sarebbe dovuto seguire un incontro, a Rifredi, con il magistrato Margherita Cassano su “Le nuove povertà del nostro tempo”, quindi un confronto sulle nuove frontiere dell'Opera. Cassano, bloccata dalla neve e dalla febbre, non è potuta intervenire direttamente ma ha mandato una sua lunga e articolata riflessione che di fatto si sviluppa sul rapporto tra democrazia e servizio agli ultimi.
“Nulla desiderare, se non il bene delle anime; essere il padre di tutti, anche di quelli che sono lontani, che misconoscono l’autorità del parroco e la disprezzano; mostrare la tenerezza di padre in preferenza ai poveri e agli infelici”: queste espressioni scritte da Facibeni giovanissimo pievano di Rifredi sono il punto di partenza delle considerazioni sviluppate da Cassano.
Due punti, in particolare, mettono a fuoco il bisogno di spessore e di interesse per una vita non individualista e democraticamente condivisa. Cassano invita a guardare con più serenità e lucidità “agli accesi dibattiti su grandi temi etici e sociali quali l’inizio e la fine della vita, la “diversità” rispetto a stereotipi sociali, culturali, razziali, religiosi. In questi casi le manifestazioni di interesse e di partecipazione alla vita democratica e al dibattito pubblico hanno un senso soltanto se si radicano e favoriscono, da parte di ciascuno di noi, un autonomo e adeguato approfondimento critico”.
Diversamente costituiscono “effimere espressioni di emotività in cui è sempre latente il pericolo di banalizzazioni, di sterili contrapposizioni ideologiche, di violente dicotomie (verità – errore; bene – male; vita – morte; vecchio – nuovo), foriere di atteggiamenti autoritari e di reciproche demonizzazioni”. Viceversa in uno stato democratico deve essere forte la consapevolezza che “nessuna deliberazione ha a che vedere con la ragione o il torto, la verità o l’errore e che non c’è alcun valido motivo per potere affermare che la maggioranza sia più avvertita e più vicina alla verità della minoranza”.
Di conseguenza, secondo Cassano, ciascuno di noi “deve essere disponibile a riconoscere, innanzitutto, la propria limitatezza e fallacia, a ritenere come un valore l’altrui diversità, a non dare mai per acquisite soluzioni e decisioni irreversibili, a rimettere in discussione le proprie scelte grazie al contributo di chi la pensa diversamente, a riconoscere tali differenze come parti di una ricchezza comune da valorizzare per il bene di tutti nella continua ricerca delle migliori possibili soluzioni ai problemi del vivere comune”.
Tra queste prospettive, la Madonnina del Grappa ha scelto in particolare quella del servizio nel carcere e sui minori, sui cui sono particolarmente orientate le energie missionarie. La casa Caciolle, ad esempio, è una struttura destinata ai detenuti che, con la mediazione dell'Opera, sono stati coinvolti anche in momenti di accoglienza verso gli immigrati. Si punta ora a concretizzare un Istituto a custodia attenuata per detenute madri.
“Nulla più della narrazione della propria esperienza – spiega don Vincenzo Russo - può aiutare chi sta fuori, e soprattutto le nuove generazioni, a capire e a non cadere nell’errore della facile sopraffazione. Ecco io vorrei che davvero il carcere diventasse scuola di vita,ma per gli altri, per capire che cosa non è giusto fare e quale prezzo ogni azione comporta per la vita propria e per quella delle persone vicine”.