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La mia Firenze

La rubrica di Geraldina Fiechter

Geraldina Fiechter risponde alle mail dei lettori. Il blog

Geraldina Fiechter
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Qualsiasi problema o buona notizia vi capiti, scrivetemi. Ogni giorno rispondo a una vostra email nella pagina delle lettere della cronaca di Firenze del giornale "La Nazione" e in questo spazio della Nazione.it. Vi aspetto
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6 febbraio 2012 - «Sessantenne ma piena di energia: perché non mi utilizzano?»

Ho sessantacinque anni e ancora molta energia. Ma l’unica cosa che mi fanno fare è guardare i nipoti. Io penso che potrei dare ancora tanto, anche alla città, perché non utilizzano le persone che sono uscite dal mondo del lavoro?
Lorenza Lenzini Firenze

Risposta

APPROFITTO della sua lettera saggia e bellissima per lanciare un messaggio al governo della città o della Regione: perché non istituire un Consiglio degli anziani? La cosa sta così: a Firenze quasi tre cittadini su dieci hanno più di 65 anni (curiosità: il 30 per cento di loro è single, il quartiere più vecchio è il 3 e il più giovane è l’1). Fra dieci anni saranno 4 su dieci. Che facciamo di tutta questa gente ancora giovane e piena di risorse? Continuiamo a dire che bisogna lavorare più a lungo ma non pensiamo a come impiegare chi ha un’età avanzata. Proviamo a girare la frittata, proviamo a vedere la storia da un altro punto di vista: cosa possono dare, alla comunità, gli over sessanta? Perché aziende illuminate come la Toyota e Paesi evoluti come la Danimarca stanno da tempo confezionando posti di lavoro su misura dei più anziani mentre noi pensiamo solo a rottamarli? La loro idea è semplice e pratica: per uscire dalla crisi, o per non precipitarci dentro, dobbiamo prendere il meglio da tutti. E se i giovani hanno la forza, gli anziani hanno l’esperienza. Mettiamoli insieme, dunque, facciamo in modo che collaborino su progetti comuni. Uno fa la strategia, per esempio, e l’altro mette in pratica, uno pianifica e l’altro ci mette idee e fantasia. Si chiama solidarietà fra generazioni. Questo significherebbe dare nuova linfa all’economia, alla comunità, alle famiglie, e aprirebbe nuovi orizzonti sul fronte della formazione, fondamentale per sentirsi vivi e riciclabili, essenziale per coniugare domanda e offerta di lavoro. Chi fa la prima mossa? Il Comune, per esempio. Con un Consiglio degli anziani che rappresenterebbe un terzo dei fiorentini — nientemeno — e che potrebbe (dovrebbe) esprimersi sulle decisioni cittadine. L’appello è anche per le istituzioni culturali: pensate anche a loro quando fate nuovi progetti. Non sarebbe fantastica un’orchestra di over sessantacinque? In aprile tutte le scuole europee saranno invitate a parlare di questa parte della vita e della comunità. Firenze, che è invecchiata più di altre, potrebbe arrivare prima.
 

«Salviamo i piccoli calciatori dalle incontinenze dei genitori»

7 novembre 2011 - Mi chiedo perché tanta tensione nei campi di calcio dei bambini. Mio figlio gioca in una delle società fiorentine e tutte le volte che devono fare le convocazioni per la partita succedono drammi. E soprattutto fra i genitori, che poi litigano anche durantele partite. Non si potrebbe mettere delle regole che impediscano agli adulti di intromettersi?
Gianna Mercatali, Firenze
 

risposta:


LE DÒ UN NOME, Alessio Giovannelli. Professione poliziotto, arbitro e allenatore di bambini per hobby. Lui qualche tempo fa fece un gesto che non solo andò su tutti i giornali e tutte le televisioni come se avesse salvato un plotone di adolescenti in procinto di suicidarsi, ma gli fruttò perfino un premio in Regione al pari di un mediatore di pace. Che aveva fatto? Aveva sospeso una partita di calcio fra ragazzini – che lui stava arbitrando – perchè i genitori si stavano mandando a quel paese e da lì a poco si sarebbero senz’altro picchiati. E in campo non c’erano Totti o Del Piero ma Alessandro, Davide, Nicola, Marco, piccole creature dell’anno 2000 che più modestamente cercavano di divertirsi. Cominciò un padre: “Segalo”. Gli rispose l’altro: “Ma che c. dici?”. Entrò di tacco una madre: “Ma ‘un lo vede che suo figlio è negato?”. Le voci si alzarono, le parole volarono, i bambini si irrigidirono, l’arbitro mandò tutti a prendere il te caldo negli spogliatoi. Partita sospesa. E’ servito a qualcosa? Niente. Perchè i padri stanno sempre spalmati sulla rete a dire ai figli come stare in campo, perchè molte mamme si inalberano se il pargolo non viene convocato, perchè a una partita del Firenze sud, poche settimane fa, è stato segnalato un papà che con tanto di apparecchiatura cinematografica riprendeva le prodezze del figlio annunciando agli astanti che le avrebbe riversate su you tube: “Almeno lì lo vedranno come è bravo: qui non lo valorizzano”. Allora: va bene che i valori non ci sono più, che c’è la crisi e siamo tutti arrabbiati, che la speranza di avere in casa un campione dalle uova d’oro è l’ultima a morire, ma che hanno fatto di male questi bimbi per meritarsi genitori così infantili e incontinenti? Peccato, perchè se un campione ci fosse con questi genitori perderebbe di certo l’estro. Rintracciamo il poliziotto arbitro e chiediamogli di girare per le società sportive. Che almeno tenga distratti i genitori mentre i pulcini giocano in pace.
 

Ma se non ho i soldi per pagarmi l'avvocato chi mi difende?

Il mio ex marito, che ha uno stipendio più che dignitoso, non mi dà gli alimenti per i figli trovando molte scuse e alla fine facendomi anche causa. Io sono distrutta, guadagno poco e devo cavarmela come posso. Ma per andare fino in fondo a difendere i miei diritti dovrei dare all’avvocatessa ancora molte migliaia di euro, oltre a quelli che gli ho già dato. Vede che la giustizia c’è solo per chi ha i soldi?
Lettera firmata
 

Risposta:

6 novembre 2011 - DIFFICILE non darle torto. E’ vero che tutti avrebbero diritto a una difesa, che esiste il gratuito patrocinio, che qualche ufficio pubblico di mediazione esiste (per esempio 055.333439 giovedì 9-12,30, gratuito, uno dei servizi aperti dall’ex procuratore Pierluigi Vigna), ma non c’è dubbio che contro un principe del foro viene la tentazione di schierare un altro principe e che arrivare a un conto di diecimila euro è un attimo. Diecimila euro era per l’appunto il conto che una signora avrebbe dovuto saldare per una causa molto analoga alla sua. Non ce la faceva. Il caso ha voluto che incontrasse un’avvocatessa - molto nota a Firenze anche per le sue battaglie civili - che l’ha presa sotto la sua ala dicendole: non si preoccupi dei soldi, se non ne ha la difenderò gratis. Possibile? Certo, ha risposto lei: “Sono dell’idea che nella vita i conti tornano sempre. Non tutto è misurabile in denaro, ci sono cose che danno soddisfazioni diverse ma altrettanto necessarie per vivere. E poi stia tranquilla, ho un mio senso di equità: quello che non può pagare lei lo pagherà uno dei clienti facoltosi a cui non mancherò di applicare la tariffa piena”. Viene da dire: e tutti vissero felici e contenti. Ma non è una fiaba. E l’avvocatessa non è una fata. E’ che ci sono anche professionisti così. E siccome gli avvocati in Italia sono veramente tanti (solo a Roma ce ne sono quanti in tutta la Francia, colpa del boom di Mani Pulite), prima di fare un mutuo per pagarsi la difesa conviene guadarsi intorno. Mi chiedeva del patrocinio gratuito. Funziona così: se il reddito è molto basso, l’avvocato presenta la notula allo Stato il quale dopo anni restituisce, defalcata, la somma. Ma sa chi ne ha diritto? Chi ha un reddito annuo imponibile non superiore a 9.700 euro. Dunque bisogna essere o veramente poveri o veramente evasori. Gli altri si arrangino.
 

 
Franco Traversari, maestro artigiano, esempio da seguire

E’ dai tempi dell’alluvione che volevo riportare la bottega a Firenze. E ce l’ho fatta. Ma in questo giorno di lutto vorrei dire che se non ci danno visibilità, se non ci aiutano, non ce la facciamo. Soprattutto noi che lavoriamo cose preziose…
Alessandro Bianchi
(via Maggio)

Ris 

MI SONO sempre detta, nel segreto dei miei pensieri, nella solitudine di certi lutti, che le persone che se se ne vanno prima del tempo lo fanno per lasciare un segno più forte. Due giorni fa è morto Franco Traversari, uno dei più appassionati e sapienti artigiani fiorentini. Un maestro nella lavorazione dei mosaici, una tradizione che si è sviluppata alla corte dei Medici. Il segno è arrivato subito: molti vecchi artigiani, la cui voce non si sentiva da tempo, hanno scritto a questa rubrica. Per ricordarlo, per compiangerlo, ma anche per portare avanti la sua missione. Lui si batteva (anche negli organismi istituzionali o di categoria di cui faceva parte) per tenere alta la bandiera dell’artigianato fiorentino e soprattutto per tenerlo vivo, anche ora, anche in piena crisi, ricordando a tutti che solo la qualità può salvare un’economia come la nostra. Avrebbe voluto che Firenze dedicasse un luogo del centro di Firenze all’esposizione permanente dell’artigianato artistico. “Un’area che a rotazione – amava dire - ospiti esposizioni non solo degli oggetti ma anche degli artigiani al lavoro, che facciano vedere come realizzano le loro opere: un mese gli orafi, quello dopo i corniciai, poi i mosaicisti e così via. Perché se non abbiamo visibilità muoriamo”, diceva pochi giorni fa. E’ questa l’eredità che molti stanno raccogliendo. “Non fate cattedrali nel deserto, dateci un luogo in centro”, dice Maurizio Bomberini, pittore. “In questo giorno tristissimo per la scomparsa di un grande artigiano fiorentino – scrive Alessandro Bianchi - abbiamo il dovere di riprendere il discorso sulla nostra eccellenza e di agire: l’artigianato fiorentino dovrebbe ritrovare la sua degna collocazione in una sede prestigiosa nel cuore vivo della città”. Ci proviamo? Anzi: ci riproviamo?
 

 «Nuovo tribunale, piccola rivoluzione tra pratiche e parcheggi» 

Ma cosa hanno deciso di fare nell’area dell’ex scuola di via Barsanti, demolita l’anno scorso? E visto che si trova davanti al nuovo palazzo di giustizia, come intendono gestire quella zona in vista delle migliaia di automobili in più? Dove parcheggeranno?
Salvino Codispoti, Firenze

2 dicembre 2011 - RISCHIAMO in effetti di dimenticare che fra breve inizierà una piccola rivoluzione, a Firenze, uno di quei cambiamenti a cui la città non è abituata e che come tutti i cambiamenti – una volta digeriti – porteranno nuova linfa: a dicembre comincia il trasloco della giustizia nel nuovo Palazzo di Novoli. Partono i giudici di pace, poi le procure, ultima sarà la Corte d’Appello che ora è in San Marco. Entro il 2012 i circa 1.300 dipendenti che ora sono sparpagliati in giro per la città si riuniranno sotto il tetto dell’edificio progettato da Leonardo Ricci. Dove parcheggeranno, chiede lei. Sotto il parco di San Donato (1.500 posti), sotto il Multiplex (1.000 posti) e nel parcheggio costruito dalla Cassa di Risparmio (250 posti) che avrà un accesso anche dal palazzo di giustizia. Dentro il cortile del palazzo ci sono poi 250 posti riservati alle auto di servizio, e il Comune sta organizzando l’area per i motorini e per le bici. Basteranno? Si direbbe di sì. Ma poi: in attesa della linea 2 della tranvia (che aspettano a gloria), ci sarà qualcuno che usa anche il bus? Magari. L’altra notizia, caro Salvino, è che proprio ieri la giunta ha accolto la delibera dell’assessore all’urbanistica Meucci deliberando una spesa di 350 mila euro per realizzare un mega giardino pubblico al posto della scuola Caterina de’ Medici, a Novoli, proprio davanti al Palazzo. Ci sarà un’area per adolescenti e una per i piccoli, una zona ristoro e attrezzature sportive per ogni età. Il tutto, fra l’altro, utilizzando manufatti in Plasmix, plastica riciclata prodotta in Toscana con un progetto finanziato dalla Regione. Non male, visti i tempi che corrono. Ora resta da capire cosa succederà nel palazzo in San Firenze. Bello il progetto dell’architetto Rota, che ne farebbe una specie di Boubourg (il centro per la cultura contemporanea a Parigi) con tante funzioni dedicate alla cultura e all’università. Voi cosa ne dite?
 

«La crisi morde, i cani possono dare un contributo»

30 novembre 2011 - STA PROPRIO CAMBIANDO il vento: aumentano i lettori che lanciano nuove idee su come finanziare la cosa
pubblica, come far restare in piedi una città nonostante i tagli, come stabilire criteri equi che non colpiscano sempre gli stessi, dipendenti e pensionati. I cani, per esempio: una volta era obbligatoria la medaglietta, dice Francesco, perché non far pagare una piccola tassa di dieci euro l’anno ai loro proprietari? Chi rispetta le regola contribuirebbe al mantenimento delle aree destinate ai cani, i maleducati compenserebbero le spese che tutti gli altri devono sostenere per pulire i marciapiedi. Le bici: occupano il suolo pubblico – dice Maria Bevardi – e dispongono delle rastrelliere. Anche qui, cosa sarebbero dieci euro l’anno? Niente, ma moltiplicato per i circa 30mila ciclisti diventerebbero una bella somma. Da destinare alle piste ciclabili, per esempio, o a un servizio di bike sharing che a Firenze farebbe un gran comodo (biciclette ovunque da noleggiare con una semplice carta di credito). E ancora. I commercianti gli albergatori e chiunque chieda al Comune di aprire una nuova attività “potrebbero dare qualcosa in cambio allargando l’orizzonte del loro impegno”, curare un pezzo di strada, adottare un marciapiede, scrive il signor Torrigiani. Tante piccole idee di buon senso. Che il Comune, però, difficilmente prenderà in considerazione. Per il semplice motivo che anche un piccolo obolo per la registrazione di un cane suonerebbe come una nuova tassa che deprime la popolazione in tempi già abbastanza deprimenti. Non resta che organizzarsi dal basso. Come i commercianti che si tassano per pagare gli addobbi natalizi. E’ in tempi come questi che si vede di che pasta siamo fatti: ricordate gli angeli del fango? Ecco, di fango ce n’è abbastanza anche ora.
 

Festa della Toscana? Dedichiamola al carcere di Sollicciano


Cara Geraldina, lo sa che il carcere di Sollicciano è fra i peggiori penitenziari italiani sia come numero di suicidi
che per la sovrappopolazione di detenuti? Il 30 novembre è la Festa della Toscana, data in cui per primi abbiamo abolito la pena di morte. Ma cosa festeggiamo se poi teniamo i detenuti in queste condizioni?
Lucia Gissoli
 

29 novembre 2011 - TORNA in mente la storia di Niki Gatti, un giovane ragazzo con la passione per l’informatica trovato morto strangolato in una cella di Sollicciano. Era stato arrestato insieme a molti altri nella cosiddetta “operazione premium”, l’inchiesta partita dalle denunce di migliaia di utenti di Firenze e Arezzo per la truffa della tariffa maggiorata degli 899 e per le connessioni illegali a internet. Lui era dipendente di una delle società, era riuscito a trasformare la passione per l’informatica in lavoro, era bravo, di truffe forse non sapeva niente e se sapeva voleva parlare: fu l’unico, fra gli arrestati, a non avvalersi della facoltà di non rispondere. E’ morto prima. Suicidio, ha stabilito la giustizia. Omicidio, continua a dire la mamma, sono passati tre anni. Perché lui? Perché la storia di Niki — ragazzo incensurato, di buona famiglia — fa capire cosa significa finire in un carcere come Sollicciano in attesa di giudizio. Sono la maggioranza, quelli come lui. Quelli che magari sono innocenti, ma intanto stanno dentro. Stretti come sardine. Dovrebbero esserci 464 detenuti e invece ce ne sono quasi mille. I suicidi sono stati 21 in quattro mesi. Gli agenti di custodia sono poco più di 450 e invece dovrebbero essere 618. Ci sono anche 32 detenute che hanno i figli che vivono con loro, come prevede la legge (fino ai tre anni). Ci pensate? Immaginate un bambino a Sollicciano? Non si può creare una struttura esterna e un po’ più adatta a delle creature come quelle? Domani è la Festa della Toscana. Festeggiamo la terra che per prima abolì la pena di morte. Poi, però, chiudiamo gli occhi su uno dei peggiori carceri italiani. Come se non ci riguardasse, come se da Cesare Beccaria in poi l’obiettivo della rieducazione non fosse il faro della nostra civiltà, come se quelle persone non fossero destinate a uscire, un giorno, e a ritornare in mezzo a noi, come se rimuovere il lato oscuro di una comunità bastasse e renderla innocua. Siamo stati i migliori, noi Toscani. Cerchiamo di non diventare i peggiori.

27 novembre 2011 - Ieri l’appello di un pittore che chiedeva di aiutare gli artisti (e gli artigiani) a mantenere dei presidi in un centro troppo caro e sempre più a misura di turista. Oggi riceviamo dal vicesindaco Dario Nardella, che ha la delega al commercio, la sua risposta.


"E’ la rendita la malattia più virulenta del commercio fiorentino, quella immobiliare la più contagiosa. L’urlo di dolore di artisti, artigiani, commercianti di vicinato sono tutti rivolti alla pressione schiacciante e spietata dell’aumento del valore delle locazioni, regolato solo ed esclusivamente da leggi di mercato. Nessuno può limitarne gli aumenti o imporne l’entità. La liberalizzazione del commercio ha tolto ogni potere di programmazione sulle destinazioni funzionali dei fondi commerciali. Così, da anni, botteghe e negozi storici chiudono per lasciare spazio a fast food e minimarket. Basta una comunicazione di inizio attività e il gioco è fatto. Il contributo affitto, purtroppo, è la misura più semplice da immaginare ma il Comune, di fatto, trasferirebbe denaro pubblico direttamente ai proprietari dei fondi senza poter con questo frenare l’espansione dei prezzi. Allora abbiamo scelto tre strade diverse. Politica di ospitalità: abbiamo individuato nostri spazi per ospitare laboratori. Da questa intuizione nasce la ristrutturazione del Conventino, lo Spazio Arte e Mestiere dove venti artigiani e artisti producono e vendono i loro prodotti. Stessa politica per un’area dedicata delle Murate dove stiamo selezionando 10 imprese. 270mila sono i contributi che il Comune ha messo a disposizione per le imprese del distretto. Diamo forza ai progetti: bando di 400mila euro di Comune e Camera di Commercio per progetti finalizzati all’innovazione, alla qualità, all’internazionalizzazione. Infine: chiediamo più poteri per vincolare le destinazioni dei fondi commerciali e per regolare un commercio che lasciato alla sola mano del mercato trasformerà Firenze in una città qualsiasi nel mondo. Anche per questo il Comune di Firenze si è fatto capofila dei Comuni siti Unesco della Toscana per chiedere alla Regione poteri speciali, perché i nostri centri storici sono luoghi speciali, perché siamo convinti che il commercio tradizionale e l’artigianato, insieme alle nostre meraviglie artistiche, siano un patrimonio indisponibile da difendere".
Dario Nardella, vicesindaco Firenze

E’ la rendita la malattia più virulenta del commercio fiorentino, quella immobiliare la più contagiosa. L’urlo di dolore di artisti, artigiani, commercianti di vicinato sono tutti rivolti alla pressione schiacciante e spietata  dell’aumento del valore delle locazioni, regolato solo ed esclusivamente da leggi di mercato. Nessuno può limitarne gli aumenti o imporne l’entità….
Dario Nardella, vicesindaco
 

«Artisti e affitti per i fondi, non prevalga sempre il dio denaro»

Sono un pittore e ho uno studio-negozio in via dei Servi. Il proprietario del mio fondo è una persona per bene e quindi l’affitto è equo, ma è una fortuna che capita a pochi. Perché il Comune non aiuta gli artisti?
Maurizio Bomberini


Risponde Geraldina:

26 novembre 2011 - UN AFFITTO equo è mille e trecento euro al mese per ottanta metri quadri di fondo con cortile interno. Equo davvero. In via dei Servi. Ma quando ha chiuso una delle più note e belle cartolerie di Firenze, sempre in via dei Servi, il proprietario voleva cinquemila euro. Sono questi i prezzi. E infatti al posto della cartoleria è spuntato un albergo. Poteva essere una pizzeria al taglio, l’ennesima. Ma cosa sarebbe una strada come via dei Servi se non ci fosse il vecchio negozio di articoli per pittori, la vecchia farmacia, la bottega con la bigiotteria francese, e poi certo, boutique, bar, gelaterie, ma qualcosa che comunque rispecchia la vita di un quartiere anziché una Disneyland per turisti sempre affamati e sempre alla ricerca di un souvenir? La bottega del pittore, fra l’altro, è sempre piena di turisti. Perché se non sono soldatini in coda come quei gruppi di cinesi che attraversano la strada guardando per terra e che stanno a Firenze un’ora e che prima erano a Venezia e in serata andranno a Roma, ecco, a parte questo tipo di turisti, gli altri cercano la vita. Cercano il fiorentino aperto e simpatico con cui parlare, il ristoratore che gli racconta come si fa la ribollita, l’artigiano che gli apre mondi a lui del tutto sconosciuti. Non hanno sempre il portafoglio aperto, a volte preferiscono tenerlo chiuso e farsi un viaggio gratuito nel mondo fiorentino. Sono questi i forestieri che poi volentieri stanno più di un’ora a Firenze, che utilizzano alberghi trattorie musei e via di seguito. Dunque: ma perché mai dobbiamo consegnare il cuore della città alla più arida legge del commercio? Gli artisti, per esempio: può il Comune fare un bando, sceglierne una ventina e distribuirli in città aiutandoli nell’affitto? Tutto si fa migliore se puoi scendere di casa e andare a bere un caffè nello studio del pittore.
lamiafirenze@lanazione.net

Le regole di educazione alimentare? Un investimento 

Firenze 25 novembre 2011 - Ho letto l’intervento dell’assessore alla pubblica istruzione che dice che il menù dei bambini è equilibrato e sano. Non lo metto in dubbio, però mio figlio è sovrappeso (e non è una cosa ereditaria) e so che a scuola mangia quanto vuole. Non pensa che l’educazione alimentare sia un altro compito della scuola?
Lettere firmata

Risponde Geraldina

MENTRE leggevo questa lettera immaginavo la risposta di uno dei vecchi pediatri che ha tirato su diverse generazione di fiorentini: “Ecco come sono i genitori di oggi – direbbe – Delegano tutta l’educazione agli altri: la scuola, l’allenatore di calcio, la baby sitter, i nonni, se continua così chiederanno a noi pediatri di insegnare ai loro figli come si allacciano le scarpe”. Le sembra troppo duro? E allora le giro i precetti di un’altra specialista, la dottoressa Fina Belli, responsabile del servizio di dietetica del Meyer e colei a cui tocca spesso ricordare che anche a Firenze quasi tre bambini su dieci sono sovrappeso (uno dei quali obeso vero) e che anche da noi, come in America, sta diventando un’emergenza sociale. Le sue sedute con i genitori che generalmente negano qualsiasi addebito cominciano spesso così: lei manderebbe il suo bambino fuori la sera da solo? No, rispondono candidi. Perché allora gli lascia mangiare schifezze che danno assuefazione e bere bevande che contengono nove cucchiai di zucchero a bicchiere? L’altra faccia degli italiani che pure avrebbero la dieta migliore del mondo, quella mediterranea, è che se il pargolo non mangia andiamo in crisi. Salta il pranzo? Che si ingozzi pure di nutella e biscotti, dunque, purchè abbia la pancia piena. E invece. Primo, meglio magri che sovrappeso. Secondo: attenersi alla regola del mangiare solo nei pasti regolari (è più facile evitare cibi sbagliati). Terzo: variare il più possibile. Quarto: evitare cibi e bevande che danno assuefazione (troppo zucchero e troppo sale). Quinto: lasciarli giocare liberamente all’aperto. E infine: i bambini imparano per imitazione (inutile imporre regole che noi per primi non seguiamo). Chi ha bisogno di un consulto al Meyer si rivolga al proprio pediatra (che spesso, poi, basta e avanza). Investire sulla salute dei vostri figli significa investire sugli adulti (e sulla spesa pubblica) di domani.
lamiafirenze@lanazione.net
 

 «Artigiani salvati dai figli? Ho provato ma mio padre non si fida»


24 novembre 2011 - IL TEMA è quello dell’alleanza fra figli e padri, giovani e anziani, per salvare e proiettare nel fututo le attività artigianali (e non solo). Un ’figlio’ ha inviato questa lettera. Sintetizza le difficoltà da superare e spero preceda altre testimonianze. Affinchè chi deve ascoltare, ascolti.
“Lavoro da 16 anni nella ditta di famiglia, una officina meccanica alla vecchia maniera, con mio padre. Lui mi ha insegnato il mestiere, ha costruito l’attività (che quest’anno compie 40 anni) con sacrifici e ottimi risultati sia professionali che economici. Il suo desiderio è sempre stato quello di vedere un giorno l’unico figlio maschio proseguire questa attività. Ci sarebbero tante innovazioni da apportare, ma l’artigiano vecchio stampo resta avverso alle novità. E non le nascondo che oltre ad essere geloso della sua ’creatura’ è anche spaventato dalla possibilità che io possa far fallire l’azienda. Consideri inoltre che nonostante abbia più di 70 anni non ha alcuna intenzione di smettere di lavorare, forse per paura di invecchiare. Il risultato è un continuo scontro generazionale di vedute. Per potermi realizzare sia professionalmente (attuando le mie soluzioni logistiche senza dover sentire ’io l’ho già fatto, si fa così ecc.) sia economicamente (visto che percepisco un salario quasi da apprendista) le soluzioni sarebbero due: aprire una ditta mia e fare concorrenza a mio padre, o trasferirmi all’estero, magari cambiando anche lavoro visto che parlo tre lingue oltre all’italiano. La decisione l’ho gia presa e dal prossimo anno me ne vado con mia moglie a Toronto a cercare quella opportunità che qui non ho avuto. E’ vero, un pò mi dispiace lasciare il Bel Paese, e un pò mi spaventa l’avventura in un mondo nuovo, ma cosa devo aspettare ancora? Ho quasi 40 anni, la sapienza di un’arte nelle mani e l’intraprendenza di chi ha voglia di osare. Largo ai giovani, ma che i vecchi si facciano da parte”.

 

Artigiani non mollate: trovate un giovane e alleatevi con lui

 
23 novembre 2011 - Sono un vecchio artigiano e ho un figlio che ha studiato informatica e che però non ha trovato lavoro. Dicono che noi anziani dobbiamo essere rottamati, ma io a chi lascio la mia attività e tutta la mia esperienza? E pensi che mio figlio sta pensando di cambiare città, e sarebbe un dolore…
Andrea, Firenze

Risponde Geraldina

LEI non ha specificato il tipo di attività che conduce, peccato. Perché ci sono artigiani, a Firenze, che definire semplicemente artigiani è davvero troppo poco. In molte delle vostre botteghe c’è una sapienza che discende da generazioni e che comprende arte, inventiva, cultura, ingegneria, idraulica, fisica, verrebbe da dire l’umanesimo intero. I vostri figli non hanno voluto saperne. C’è da capirli. Erano anni in cui il futuro sembrava altrove, in cui il lavoro manuale sembrava ottocentesco. Ormai è andata così, ed è anche inutile elencare le colpe: ce ne sarebbe per tutti, a Firenze. Ma ci sono botteghe che in questi ultimi anni sono diventate delle multinazionali. Hanno aperto il sito internet, si sono rivolte altrove, hanno adattato i prodotti alle richieste, hanno fatto i soldi, anche molti soldi, e comunque sono sopravvissute. Hanno scoperto che in giro per il mondo c’è chi è disposto a fare carte false per avere un lenzuolo delle famose ricamatrici fiorentine o la teiera forgiata dall’argentiere di San Frediano. E sa come è successo? Che quei figli che nel frattempo avevano studiato l’inglese e magari economia e magari informatica, un giorno sono tornati dal babbo e gli hanno detto: tu continua a usare la tua sapienza, io provo a fare tutto il resto: la promozione, il sito, i contatti con il resto del mondo. E in molti casi ha funzionato, perché la materia prima – gli artigiani fiorentini – non hanno concorrenti. Certo, non tutti hanno un figlio formato e libero a disposizione. Però resta il concetto: bisogna creare un ponte fra i vecchi e i giovani, fra l’esperienza e l’innovazione. Nel campo del lavoro, e soprattutto a Firenze, la parola rottamazione è autodistruttiva. Appello alle istituzioni, ai centri per l’impiego, a chi promuove il lavoro: trovate dei figli ai nostri padri: scuole, stage, banche. O perderemo le ricchezze del passato e forse del futuro.
lamiafirenze@lanazione.net 

«Oggi sono stata in tre posti e nessuno mi ha fatto lo scontrino»
 
Firenze 22 novembre 2001 - Oggi ho fatto la spesa dal fruttivendolo, ho preso il caffè al bar e poi sono andata al mercato. In nessuno di questi posti mi hanno dato lo scontrino fiscale. Credo che una città turistica come la nostra sia una di quelle che evade di più…Cosa si può fare per obbligare i commercianti a pagare le tasse?
S. Luisetti, Firenze

Risponde Geraldina

HO UNA NOTIZIA buona e una cattiva. Cominciamo dalla prima: Firenze non evade più delle altre città, diciamo che è nella media nazionale. Ma stiamo parlando del saldo totale di tasse non pagate. La notizia cattiva, infatti, è che proprio l’alto numero di negozi, negozietti, bancarelle e così via rendono più difficile il controllo e più alto il numero dei piccoli evasori. C’è solo un modo per evitarlo: chiedere lo scontrino o la ricevuta. Ripeto anche il numero di telefono che la Guardia di finanza ha messo a disposizione dei cittadini per segnalare tutto quello che non torna: è il 117. In altri paesi europei chi fa questo tipo di segnalazioni è considerato un cittadino modello, qui da noi lo chiamano se va bene delatore e se no spione. Però gli spioni aumentano, in virtù della crisi e dell’equazione che piano piano tutti capiscono: se paghiamo tutti, paghiamo meno. Se pagano sempre gli stessi, le tasse aumentano e solo per loro. La cosa straordinaria è che anche la seconda equazione da terza elementare sta entrando nella testa degli italiani: siccome le tasse servono per pagare i servizi, chi non le versa non solo aumenta il carico su quegli altri ma usufruisce gratuitamente e illecitamente delle scuole, degli ospedali, delle buche riasfaltate, delle biblioteche comunali, dell’assistente sociale che viene a prendersi l’ubriacone molestatore, del magistrato, dei corsi di disegno del quartiere, della luce che illumina la strada, dei poliziotti che tengono i pazzi armati lontano dallo stadio. Può bastare per ora? Il problema vero sono i grandi evasori, ed è su di loro che si concentra la Guardia di finanza. Professionisti, imprenditori, e soprattutto quei simpatici signori che i soldi li spediscono direttamente all’estero con sistemini (o sistemoni) assai sofisticati. Il consiglio a noi mortali, comunque, è pagare meno possibile in contanti. Assegni e carte rendono rintracciabili le entrate. E continuiamo a parlarne.
lamiafirenze@lanazione.net

 Inclusione sociale per togliere il mendicante dalla strada

Mi sembra che in questi giorni sia aumentato il numero di coloro che chiedono l’obolo agli incroci delle strade con semaforo. E’ diventato ormai uno spettacolo indecoroso, vergognoso e pietoso. O si aiutano queste persone o si cacciano…
M. Cristina Robaudi, Firenze

Risponde Geraldina

LEI DICE “o si aiutano o si cacciano”, ma se fosse così semplice Firenze e il resto del mondo avrebbero risolto il problema della povertà. Le norme, intanto: dopo moltissime discussioni l’ex assessore Cioni (e chi non lo ricorda?) fece approvare un regolamento che per la prima volta vieta la “mendicità molesta”. Non è vietato mendicare, dunque, ma lo diventa se è fatto in modo aggressivo, insistente, invadente (tipo sdraiarsi sui marciapiedi). L’attuale amministrazione aveva aggiunto un’ordinanza dettagliatissima di casi in cui i vigili dovevano e potevano intervenire, ma poi la legge ha tolto ai sindaci il potere di emettere questo genere di editti e restiamo a quello che c’era già. Ma norme contro “spettacoli indecorosi”, aimè, non ci sono. Anche perché il decoro - come le direbbero i molti fiorentini che si opposero a quel regolamento e all’ordinanza sui lavavetri (e chi non la ricorda?) – è assai soggettivo. A lei dà fastidio il mendicante, ad altri il Suv parcheggiato in doppia fila. C’è solo un modo per venirsi incontro, e lei lo accenna: prevenire, includere, aiutare chi mendica a smettere di farlo. A Firenze sono un centinaio le persone che vivono di elemosina. I vigili le conoscono quasi una per una e tutte prima o poi ricevono l’invito ad abitare in uno dei dormitori del Comune e a tentare piccole esperienze di lavoro. Il problema è che molti di loro non vogliono lasciare la strada: ormai la loro vita è quella e nelle altre vite non si riconoscono. Ma se dietro le quinte non ci fosse il lavoro dei vigili, dei servizi sociali, della rete di volontari che rende ancora unica questa città, lo spettacolo – come lo chiama lei – sarebbe ben peggiore. Penso alla ragazza che da tanto tempo vediamo mendicare nel viale Belfiore e che dopo un tentativo (fallito) di rimandarla in Romania, il suo Paese, e poi un lungo corteggiamento da parte degli assistenti sociali, proprio in questi giorni ha finalmente accettato di essere aiutata. Come vede, non è così facile.

Negozi e centri naturali, ecco come la crisi cambia la città

Firenze, 19 novembre 2011 - Anche in via Aretina noi commercianti abbiamo istituito un cosiddetto “Centro commerciale naturale” a intendiamo organizzare iniziative tutto l’anno, non solo a Natale. Perché ha ragione a dire che abbiamo anche una funzione sociale…
Lettera firmata

Risponde Geraldina

PARLIAMO ancora di questo argomento perché le lettere sono state tante, perché altrimenti sembra di fare torto alle strade non citate, perché soprattutto è una buona chiave per raccontare quello che stiamo vivendo tutti: la crisi, la paura, le incognite per il futuro, le energie che i grandi cambiamenti – sebbene dolorosi – talvolta scatenano. Le strade che si sono costituite in associazioni con la formula del Centro commerciale naturale (nel senso di unire le botteghe che ci sono, diverso dai mega store costruiti a tavolino) sono ormai una trentina, a Firenze. Fra le ultime via Aretina, via dei Neri, piazza Dalmazia, Borgo la Croce, le Cure, via Datini, perfino via di Novoli (spronati dall’avvio dei lavori per la tranvia). L’elenco delle iniziative è lungo e multicolore, forse le più belle sono quelle che non costano niente (per esempio gara di disegno a tema per bambini: via Aretina). Ma più del risultato o degli eventi, conta la fase dell’aggregazione. Stare insieme cambia, migliora, stimola idee. E infatti il contagio non si ferma. Sarà un Natale povero, forse, ma se è vissuto così diventa anche il più caldo. Quello che poi non si dimentica. Le previsioni, come dice anche la Confesercenti, non sono splendide. In generale, il commercio a Firenze resiste meglio che altrove solo grazie agli alti numeri del turismo. Ma se poi scendiamo nei dettagli, il saldo fra aperture e chiusure di esercizi commerciali quest’anno è negativo. Ci rimettono prima di tutto i piccoli negozi di casalinghi, abbigliamento, ovvero le botteghe che non vendono articoli specializzati o alimentari, che invece resistono, insieme ai negozi del lusso. La crisi, dunque, cambia anche Firenze. Speriamo solo che le nuove idee e i nuovi investimenti non assomiglino troppo ai vecchi, che la voglia non sia sempre quella di spolpare i turisti, che nascano attività di giovani e per giovani che ci portino nel futuro.
lamiafirenze@lanazione.net

Commercianti, l’unione fa la forza per combattere la crisi

Firenze, 18 novembre 2011 - Sono una commerciante di via Romana e ho letto la sua risposta di ieri in cui esortava gli esercenti a investire nella valorizzazione del proprio territorio con iniziative anche semplici, quale ad esempio l’illuminazione natalizia. Condivido pienamente sia le sue parole sia le difficoltà che il mio collega ha espresso nella sua lettera...
Lucilla Cracolici
Presidente CCN Boboli

Risponde Geraldina

LA LETTERA di ieri sulle iniziative natalizie dei commercianti di via Giampaolo Orsini ha toccato un nervo scoperto. Molti negozianti hanno mandato segnalazioni, sfoghi, spunti. Si avverte un problema: la categoria (come forse il resto della società) si divide fra chi ha voglia di reagire alla crisi investendo, unendo, creando occasioni di incontro e promozione e chi viceversa è portato a rimettere i remi in barca. Come ho già detto: sospendiamo il giudizio, non è il momento di dividere fra buoni e cattivi. Però è il momento di valorizzare gli sforzi di chi mette in campo energie. E ce ne sono. Per esempio questa, di via Romana. La signora che ci scrive è una commerciante, ha un negozio di articoli da regalo. Con il suo dirimpettaio, il titolare di un vecchio e noto negozio di scarpe, si è data da fare per dar vita al “Centro commerciale naturale Boboli”. Un modo intelligente, crediamo, per reagire non solo alla crisi ma anche alla concorrenza delle mega cittadelle del consumo. Mettiamoci insieme, ha proposto agli altri esercenti della via, e facciamo gruppo, inventiamoci qualcosa per attrarre le persone e contribuire allo sviluppo della zona. Prima tappa, il Natale. I soldi sono pochi? Andiamo di fantasia e facciamo con quel che abbiamo. Programma per il 4 dicembre: visita guidata al Convitto della Calza con torneo di scacchi, apertura gratuita dello splendido Oratorio de’ Bini accompagnati dalla musica di un’arpa, sconto per la Specola aperta fino alle 22. Il cantiere delle idee è aperto, chissà cos’altro verrà fuori. Ma dei circa ottanta commercianti potenziali, neanche venti, per ora, hanno aderito. E il problema, in questo caso, non è quello dei quattrini. Ecco il rischio: che la signora Lucilla, come il signor Buti del negozio di scarpe, si stanchino, si demoralizzino. E allora ci rimetterebbero tutti. Costa molto aderire a un gruppo? Sentirsi un po’ sulla stessa barca?
lamiafirenze@lanazione.net

Non spegniamo le luci di Natale, accendiamo l'ottimismo

Firenze, 17 novembre 2011 - Sono un commerciante della periferia e ho provato a raccogliere i soldi per le luci di Natale ma la maggioranza dei colleghi mi ha detto che non era il caso. Ma se spengiamo anche le luci di Natale sarà ancora più triste. Può fare un appello ai commercianti?
Luca Bigazzi

Risponde Geraldina

Condivido: è proprio nei momenti di crisi che bisogna investire un po’ in denaro, molto in creatività, moltissimo in ottimismo. Ma non tutti ne hanno la forza o le possibilità, bisogna accettarlo. E chi ha questa energia deve farla fruttare anche per chi non ce l’ha. Racconto un caso, che a volte parla più e meglio di un saggio di economia. Siamo in via Giampaolo Orsini, una strada piena di negozi. Uno dei commercianti, l’ottico, si è preso la briga di organizzare l’allestimento della strada per Natale. E’ un tipo ottimista, appunto, e generoso. Quando ha tempo raccoglie i colleghi e va a regalare sia la visita oculistica che gli occhiali agli anziani di Montedomini. La cosa gli dà una tale soddisfazione che ne parla per un mese («Lo sa che qualche vecchina va a farsi i capelli, prima che si arrivi noi?»). Lui, che si chiama Gianni Ristori, prima ha contattato un’azienda (ha voluto che fosse locale) e poi con il preventivo in mano è andato a chiedere adesioni: dei settanta negozianti, hanno accettato poco più di quaranta. Pazienza, ha detto lui, anche se alcuni di loro potrebbero permetterselo e anche se più siamo e più basso sarebbe il contributo. Pazienza. Ho speso tanti soldi per comprare nuovi strumenti, si è detto, e ci aspetta un Natale difficile: quando, se non ora, dobbiamo buttarci? Chi ci sta, dunque, pagherà 200 euro più Iva. E metterà una locandina in vetrina in cui si dice che quel negozio ha contribuito all’allestimento delle luci. Poi è andato dai colleghi di un’altra strada, via Datini, e gli ha chiesto di condividere l’organizzazione dei mercatini di Natale: stessa trafila. Ecco, pensate a quale importante funzione sociale possono svolgere i commercianti. E pensate quanto sarebbe sbagliato, in questo momento, ritirarsi nella mentalità - quella sì bottegaia – che vede l’altro come un concorrente anziché un compagno di strada. E’ il momento di unire le forze, ci guadagneremo tutti.
lamiafirenze@lanazione.net

Ticket agli artigiani: alla fine mica lo paga chi sta in centro

Firenze 16 novembre 2011 - Sono un’albergatrice el centro e l’artigiano he lavora con noi ogni giorno mi ha detto che aumenterà i prezzi perché dal primo dicembre ogni ingresso nella ztl avrà un costo. Che senso ha tutto questo? Ce lo può spiegare?
Lettera firmata

Risponde Geraldina

Il senso, direi, è quello di ridurre gli ingressi nella ztl. Se poi il provvedimento sia più o meno efficace e se soprattutto colpisca la categoria giusta, questo lo vedremo. Funziona così: se fino a oggi ogni azienda artigiana fiorentina aveva diritto al telepass (pagando come i residenti) per le riparazioni d’urgenza, la giunta comunale ha deciso che dal primo dicembre, oltre al contrassegno (trenta euro l’anno), le ditte devono versare 1 euro ogni volta che passano sotto un telepass. Non prima di aver segnalato tramite sms il numero della targa, la destinazione e il motivo della riparazione, e di aver ricevuto il via libera, sempre con un sms. Il ticket viene poi scalato da una specie di carta prepagata. Il problema, dicono gli artigiani, è per quelli che lavorano prevalentemente in centro e che dal centro escono ed entrano anche più volte al giorno (riparatori di impianti, idraulici, le ditte che lavorano con gli alberghi eccetera). Per loro il conto sarà salato, in fondo all’anno, anche qualche migliaio di euro. Ed è per questo che qualcuno ha già annunciato che distinguerà le tariffe fra i clienti del centro storico e quelli che stanno fuori. E qui in effetti tremiamo. Perché va bene soffrire in silenzio per gli inevitabili disagi che vivere nel centro storico comporta – senz’altro ripagati dalla bellezza del luogo e anche dall’orgoglio di essere fra i pochi che resistono in un’area ormai a misura di turista - ma sentirsi anche ghettizzati dal tariffario dell’idraulico o del falegname sarebbe umiliante. Ci dicono che non sia mai stato fatto un incontro, fra gli artigiani e il Comune, prima di decidere. Ecco, parlatene. Siamo sicuri che troverete una soluzione equa per tutti.
lamiafirenze@lanazione.net
 

Multe, basta lamentarci rispettiamo il codice della strada

Firenze, 15 novembre 2011 - Considerando che, come avete scritto gli autovelox, e in particolare quello di viale Matteotti non sono regolari,come la mettiamo per chi ha già pagato (149,00 euro ) e tolto tre punti sulla patente? A me è successo tre mesi fa. A chi mi rivolgo per farmi restituire almeno i punti?
Mauro Gabba, Firenze

Risponde Geraldina

Premessa: sono stata fra le maggiori contribuenti del Comune di Firenze. Non avevo ancora vent’anni e già accumulavo multe che poi dimenticavo di pagare e che poi arrivavano tutte insieme e maggiorate. Ho raggiunto la maturità tardi, quando ho finalmente realizzato che il lunedì sera dovevo spostare la macchina per il lavaggio notturno e che quella corsia preferenziale da cui passavo in motorino era davvero preferenziale e davvero mi multavano. Ho continuato anche da grande. Quasi tutti gli autovelox mi hanno scattato una fotografia (incluso l’ultimo, quello di via Valfonda, comparso all’improvviso) e ho perso quasi tutti i ricorsi che ho fatto, con il risultato di pagare il doppio. Dunque sono una di voi, sono un’italiana. Ma sarà l’età, sarà l’esperienza e la maggiore consapevolezza di cosa significa vivere in una comunità, fatto è che vorrei dire basta. Basta con l’idea che una regola possa essere sempre aggirata, che i vigili siano la controparte, che i cavilli legali di un provvedimento giusto e indiscutibile come quello di rallentare la velocità possano far dimenticare che quegli aggeggi, numeri alla mano, salvano delle vite umane. Lei vuole sapere cosa succede a chi ha già pagato la multa e perso punti della patente per quegli autovelox giudicati illegittimi: è semplice, bisogna fare ricorso (tutte le istruzioni su http://www.aduc.it/, oppure telefonare allo 895.9697. 997). Ed è molto probabile vincerlo. Ma non vivremmo tanto meglio se ci fidassimo gli uni degli altri, se andassimo piano, se rispettassimo la fila, se accettassimo la buona fede di chi per lavoro si occupa della sicurezza stradale e il cui obiettivo non può essere quello di fregare i cittadini? Poi certo, anche il Comune commette errori di superficialità, che oltretutto alimentano quel sospetto di fondo che ci sia gente pagata per studiare come portarci via i quattrini. Ed è giusto che ci siano organismi di controllo a cui far ricorso. Ma per stare tranquilli c’è solo un modo: abituarsi a rispettare il codice della strad. lamiafirenze@lanazione.net

Risparmiare aiuta, ma acquistando l'essenziale gira l'economia

Firenze 13 novembre 2011 - Sono un commerciante e ho letto la sua rubrica in cui parlava delle nuove forme di consumo come il baratto e l’affitto anziché l’acquisto. Mi chiedo allora quale sarà il nostro futuro, e poi non dicono che per far ripartire l’economia bisogna far ripartire anche i consumi?
Lettera firmata

Risponde Geraldina

E' un dubbio che hanno in molti, di questi tempi: risparmiare o comprare? Tenere i soldi fermi o farli girare per far girare anche l’economia? Non sono un’economista e dunque mi appello al buon senso e anche al parere di qualche esperto. Il buon senso: è vero, se criminalizziamo i consumi e stiamo fuori dai negozi, il mercato si ferma e ci fermiamo tutti. Però non si può fare finta che niente sia successo o stia succedendo: è inevitabile che la crisi economica cambi le abitudini e indirizzi la spesa verso l’essenziale, soprattutto nelle famiglie che hanno i soldi contati e che sono la maggioranza. Se fossi un commerciante o un piccolo imprenditore i cui clienti fossero loro, mi concentrerei sui prodotti che rispondono a bisogni effettivi, che riducono al minimo gli sprechi (più detersivo, per dire, e meno barattoli che li contengono, ovvero più contenuto che marketing), cercherei insomma di badare al sodo, come si dice da noi. Se la domanda sta cambiando, bisogna andarle incontro. Voi direte: ma allora perché i negozi di telefonini e dintorni sono sempre pieni? Non sono beni superflui? Non è detto: forse anche le nuove tecnologie rispondono al bisogno di una comunicazione più veloce ed efficiente. Ai più ricchi, invece, si può chiedere di mettere in circolo il denaro anziché usarlo solo per speculazioni o per accumuli di soldi che comunque non ci seguiranno nella tomba. Quanto alle filosofie più spinte del non-spendere, taglia la testa al toro il preside di economia e commercio Francesco Giunta: «Le teorie della decrescita sono elitarie e senza sbocco. Del mercato non possiamo fare a meno». In sintesi: continuate a fidarvi del vostro buon senso. lamiafirenze@lanazione.net

Ragazze il fumo lascia un segno che non è di emancipazione

Firenze, 12 novembre 2011 - Vedo molte più donne che uomini fumare per strada. E nonostante le campagne e i divieti, mi sembra che i ragazzi fumino ancora troppo. Non possiamo fare qualcosa di più e di meglio contro un vizio così dannoso per la salute? Mauro T.

La cosa più probabile, mi lasci dire, è che lei guardi più le donne degli uomini. E che per questo semplicissimo e comunissimo motivo a lei sembri che le fumatrici siano più dei fumatori. Se vuole un dato, qui da noi i tabagisti sono il 18 per cento della popolazione femminile e il 28 per cento di quella maschile. Ma diciamo la verità, la sua percezione non è del tutto sbagliata. E ha a che fare con un dato ancora più preoccupante, quello che riguarda i giovani: se infatti la media generale è di un fumatore su quattro abitanti, fra gli adolescenti i numeri raddoppiano: il 65 per cento dei ragazzi fra i 14 e i 19 anni hanno provato almeno una volta, la metà fuma regolarmente. Non solo. In questa fascia d’età, e solo in questa, le femmine sono il doppio dei maschi. Perché? Mistero. Possiamo escludere che la sigaretta sia ancora legata a un’idea di emancipazione o di sfida all’uomo, obiettivi ormai perseguiti, francamente, con altri mezzi. E non credo che le ragazze di oggi vogliano emulare Marlene Dietrich e le dive che nel secolo scorso seducevano anche con la sigaretta. C’è comunque dell’autotodistruzione. Breve riassunto per fumatori (parlano i responsabili dei centri antifumo): tabagista è chiunque fumi regolarmente anche una sigaretta al giorno; ogni sigaretta provoca danni equivalenti alle emissioni di dieci automobili a benzina; in Italia muoiono 220 persone al giorno per malattie legate al fumo; solo il 2 per cento dei fumatori riesce a smettere senza aiuto mentre il centro antifumo di Careggi, per esempio, fa smettere quattro pazienti su dieci (per prenotare telefonare al Cup oppure allo 055-7946006 dalle 9 alle 13). E si fa ancora troppo poco, fanno sapere. Anche i medici di base, spiegano, dovrebbero cominciare a farsi carico dei fumatori prescrivendo i trattamenti nei casi più semplici e una visita al centro di Careggi per i casi più complessi. Liberiamoci anche di questa schiavitù.
lamiafirenzelanazione.net

Come una fiaba in giorno il sindaco chiamò il giocattolaio

Firenze, 11 nobembre 2011 - Volevo far sapere a tutti che il mio sogno di far giocare i fiorentini, facendogli riscoprire il bambino che è in loro, va avanti. Pensi che mi ha telefonato il sindaco. E forse nascerà davvero un museo interattivo del gioco.
Emanuele Rondoni, Firenze

Risponde Geraldina

Ho visto un sogno mettere le gambe ed è una storia che va raccontata. Proprio ora che tutto sembra cadere un giovane uomo lascia il posto fisso e senza un soldo né santi in paradiso si butta in un progetto che come unico capitale di partenza ha una passione. Forse qualcuno lo ricorderà, è la storia del postino collezionista di vecchi giocattoli che cercava uno spazio per mettere almeno in mostra il suo patrimonio. Il primo a offrirgli un locale fu un prete. Una cosa provvisoria, in attesa di ricominciare i corsi di catechismo. E’ successo che nonni bambini genitori e semplici abitanti del quartiere (Nave a Rovezzano) hanno cominciato ad abitare quella stanza portando vecchi Lego, trenini, bambole, gormiti, ricordi di quando erano bambini. Giocando e parlando hanno formato una comunità. Si sono fatti avanti un burattinaio, un insegnante di teatro, una esperta in disturbi dell’apprendimento, professionisti che si occupano di infanzia disposti a dare il loro contributo. Sono decollati corsi, lezioni, scambi, giocose sessioni. Come una calamita su cui tutta questa energia dispersa ha cominciato a convergere. Una bel giorno il giocattolaio - che già era arrivato fino a questo punto della storia grazie a una serie di coincidenze - riceve una telefonata. Era il sindaco Renzi. “Ho letto di lei sulla Nazione - gli dice - e il suo progetto di far giocare i fiorentini merita di essere approfondito”. E pochi giorni fa il Comune gli ha proposto di aprire un museo interattivo a cui le famiglie, sempre più bisognose di servizi e aiuti, possano fare riferimento. Giocamuseo, intanto, si trasferisce nella casa del Popolo di Grassina (dal 15 novembre fino a nuova destinazione, aperto dalle 16 alle 19 e la domenica anche la mattina). Cercano volontari e continuano a raccogliere vecchi giochi (www.giocamuseo.it, tel. 3333020157, mail emabarbarossa@virgilio.it). Crescerà, ne siamo sicuri. Come tutte le cose che nascono da una grande passione.lamiafirenze@lanazione.net

La crisi aguzza l'ingegno, il denaro ora si chiama baratto

Firenze, 10 novembre 2011 - Si avvicina il Natale e quest’anno sarà molto difficile comprare i regali come gli anni scorsi. Ci stiamo impoverendo tutti, cara signora, e dovremo fare come ai vecchi tempi quando i regali ce li facevamo in casa.
Pina Valenti - Sesto Fiorentino

Risponde Geraldina

Tema interessante, questo, e ricco di spunti. E’ chiaro che la crisi sta cambiando molte cose e fra queste anche il modo di consumare. Hanno cominciato i giovani, poi le persone che semplicemente dovevano o volevano risparmiare, fatto è che stanno proliferando le iniziative che riducono al minimo l’acquisto e riabilitano, invece, antiche pratiche come il baratto, lo scambio, il prestito, l’affitto, la cooperazione. Da qualche tempo, per esempio, è di moda fra le mamme più avvedute organizzare le feste del baratto (copiate dai swap party che in America ormai dilagano), dove ognuno porta le cose che non usa più per scambiarle con ciò che serve, e il denaro non si vede neanche. Ora perfino alcune attività economiche ci stanno provando: pochi sanno che la settimana dal 14 al 20 novembre sarà dedicata al baratto. E navigando nel sito dedicato all’iniziativa (www.settimanadelbaratto.it) si scopre che tra le tante aziende coinvolte ce ne sono parecchie fiorentine, fra cui alcuni bad & breakfast fiorentini che in cambio di ospitalità ricevono doni o servizi di pari valore. Una rivoluzione. D’altronde perfino Ikea, annusando l’aria, ha dedicato uno spazio allo scambio dei mobili usati fra i suoi clienti. E c’è chi ha pensato di aprire un’attività il cui scopo è favorire lo scambio di utensili, oggetti e perfino elettrodomestici: avete bisogno di una macchina da cucire? Di un trapano? Anziché comprarli – spiegano – chiedeteli in prestito (o al massimo in affitto), risparmierete. La stessa filosofia sta approdando nel settore delle vacanze (scambi casa, posti letto, passaggi in auto), in quello dei trasporti privati (car e bike sharing), nell’abbigliamento. Si chiama “consumismo collaborativo”, questa nuova forma di economia, e secondo autorevoli osservatori è una delle dieci idee che cambieranno il mondo. Tornando a noi: vi è venuta qualche idea? E’ il momento di provarci.lamiafirenze@lanazione.net
 

"La malattia ci spaventa, ma dobbiamo parlarne di più"

Firenze, 9 novembre 2011 - Ho letto della tragica notizia di quel signore che si è ammazzato perché era malato di tumore. Io penso che siamo avanti in tante cose ma non nel rapporto con le malattie. La nostra sanità dovrebbe dedicarsi di più al rapporto con le persone e aiutarle ad affrontare il male. Glielo dica ai nostri assessori.
Paolo Mazzanti - Scandicci

Risponde Geraldina

TEMPO FA parlavo con il dottor Gianni Amunni, direttore dell’Istituto toscano tumori e consulente della Regione Toscana. Mi raccontava che a differenza dei colleghi cardiologi o neurologi quando si presenta alle persone dicendo che è un oncologo c’è ancora chi tocca ferro. Eppure, diceva, da noi si muore molto più per malattie cardiovascolari o degenerative che per tumore. Non solo. I passi fatti in questi ultimi anni sono tali e tanti, sia nella prevenzione che nelle cure, che ormai il 60 per cento delle malattie oncologiche guariscono, e tante di quelle che restano si cronicizzano (infatti oggi si parla di riabilitazione oncologica, cosa fino a poco fa impensabile). Se poi scendiamo nei dettagli, tumori come quello al seno - in una città come Firenze, dove le campagne di prevenzione sono a tappeto – vantano il 90 per cento di guarigioni (in numero di sopravvissute dopo 10 anni). Però la parola cancro continua ad evocare morte. Si preferisce non dirla, non nominarla, resta il simbolo del male oscuro che ci sconfigge portandoci via la vita. In questo senso è vero: più va avanti la scienza e più ci è difficile ricordarsi che siamo immortali e che la malattia, la sofferenza, possono far parte del percorso. E’ come se ci fosse una enorme sproporzione fra i mezzi messi in campo per allungare la vita e quelli altrettanto necessari per accettare il dolore, la menomazione, l’ineluttabile (“La morte? Resto contrario”, diceva Woody Allen in un film). Lei vorrebbe che lo dicessi agli assessori. Bene. Ma il lavoro che dobbiamo fare è più grande e ci riguarda tutti. A cominciare dai medici, la cui missione prima di essere quella di dare la guarigione – come rischiamo di pensare oggi – è quella di dare la cura. E per prendersi cura di qualcuno bisogna stabilire un contatto umano. “Nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto”, diceva un grande mistico medievale. Ecco, abbiamo bisogno di parlarne di più. E di stare molto vicini.
lamiafirenze@lanazione.net

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