La sberla e la sfida all'ombra del David
Il commento del direttore de La Nazione, Giuseppe Mascambruno
Firenze, 9 settembre 2010 - Una bella sberla, non c’è che dire. L’intervento che Antonio Paolucci ha deciso di affidare alle pagine del nostro giornale ha il pregio di inaugurare il dibattito post-feriale della città. Il risveglio dall’ozio estivo è brusco, ma interessante. Molto interessante.
Intanto liberiamoci subito dall’ovvio: il professore ha legato tanta parte della sua competenza e passione alla Sovrintendenza fiorentina. Non sorprende, quindi, che nell’analizzare la rovente polemica d’agosto tra il sindaco Matteo Renzi e la sovrintendente Cristina Acidini sulla titolarità del David, stia con la seconda.
Ma sarebbe sbagliato, prima che riduttivo, limitare la valutazione a una banale difesa d’ufficio, o peggio di casta. La questione che pone Paolucci ha tutto il sapore di una grande e più generale sfida politica che riguarda il rapporto tra Stato centrale e autonomie locali. E il professore, nel criticare duramente l’atteggiamento di Renzi, sa di scegliere un interlocutore che oltre alla fascia tricolore di sindaco della città direttamente coinvolta, oggi indossa pure la tuta d’assalto del fiero promotore di un movimento nazionale che si è posto l’obiettivo di 'rottamare' ciò che ritiene 'vecchio'.
La 'vecchia' dirigenza del Pd, ma anche evidentemente una gerarchia istituzionale di controllo del più grande patrimonio, economico oltrechè culturale, del Paese. Che, non a caso, a Firenze ha la sua massima concentrazione. E’ significativo, a questo proposito, che lo stesso Renzi abbia parlato del tema specifico con il consigliere lombardo Civati, suo sodale nella rivoluzione generazionale interna al Partito Democratico che il sindaco vuole far partire da Firenze con la convention di novembre.
Ciò autorizza a pensare a un vero e proprio cardine di un programma politico che ha tutta l’aria di puntare a una revisione autonomista, federalista, 'leghista' verrebbe di dire con una facile battuta, della gestione delle ricchezze artistiche nazionali oggi saldamente in mano allo Stato centrale. E forse non solo di esse. Del resto Renzi ha ancora il dente avvelenato con il ministro Bondi che nicchia sulla legge speciale per Firenze. Una manna straordinaria che risolverebbe non pochi problemi all’esangue bilancio municipale. Perchè senza soldi un sindaco ambizioso sa di poter andare poco lontano.
Ma Paolucci, raccomandando a Renzi di non sparare sulla Sovrintendenza, dice anche un’altra cosa, una cruda verità che l’intero potere cittadino ha poca voglia di sentirsi ricordare. Ovvero che Firenze non ha più un patrimonio proprio di cui farsi vanto, dopo la perdita di autonomia finanziaria detenuta da Fondiaria e Cassa di Risparmio. E il professore, in questa rammaricata analisi, tira dentro anche il minor prestigio accademico delle discipline umanistiche dell’Università rispetto ai suoi anni di studente.
Forse è un eccesso di affetto e di appartenza circoscrivere alla sola Sovrintendenza l’unico 'presidio dell’antico prestigio' fiorentino. Ma è indubbio che la città debba interrogarsi una volta per tutte su questi temi. Anche se hanno, come nel caso di Paolucci, il sapore indigesto di una provocazione.


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