Una sala chirurgica in pillole da inghiottire

Pisa: il progetto Araknes con i fondi europei...
 

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Una sala operatoria (Ansa)
Una sala operatoria (Ansa)

Una sala operatoria (Ansa) Pontedera, 10 settembre 2009 - TANTI PICCOLI robot calati nello stomaco attraverso l’esofago e guidati dal medico tramite una comoda console. E’ la sala operatoria da inghiottire, ultima frontiera della chirurgia destinata ad aprire, nel giro di pochi anni, una nuova industria.

 

L’IDEA era venuta qualche tempo fa al direttore del Polo Valdera, il professor Dario. Poi, l’anno scorso, il via al progetto denominato Araknes con un importante finanziamento della Unione europea (8 milioni) e la collaborazione di numerose università straniere, oltre ad un’azienda italiana e due tedesche leader nel settore dell’endoscopia e della strumentazione chirurgica. Lo scopo è quello di ridurre i traumi post operatori e migliorare i risultati clinici della chirurgia mini-invasiva, sfruttando le cavità presenti in certi organi del corpo umano. «E potrebbe diventare molto utile soprattutto nella colicistectomia o in tutti gli interventi per l’obesità, che richiedono grande manipolazione», spiega la professoressa di biorobotica medica che ne sta seguendo lo sviluppo, Arianna Menciassi. 

 

Il tubo del robot ha un diametro più o meno equivalente a quello dell’esofago, circa 20 millimetri. Da lì parte il viaggio delle capsule che arrivano allo stomaco attraverso una struttura snodabile, in grado di assicurare la stessa destrezza umana e la bimanualità. Caratteristiche che consentono, per esempio, di ridurre i tempi di sutura perché potendo usare sia la mano destra che la sinistra diventa come cucire con ago e filo. E che permettono al chirurgo di assemblare, pilotare dall’esterno, smontare ed estrarre i pezzi. Il risultato, in sostanza, è un’operazione senza incisioni esterne, senza ferite e per la quale può bastare una leggera sedazione.
Il progetto Araknes rappresenta dunque una tappa fondamentale del viaggio che il Sant’Anna sta compiendo nella robotica endoluminale. Durerà in tutto quattro anni ed è considerato una scommessa scientifica e tecnologica di importanza mondiale, sia per il futuro sfruttamento industriale dei risultati che riuscirà ad ottenere sia come occasione di innovazione anche a livello universitario, soprattutto nei campi della medicina e della bioingegneria industriale.

 

NEL FRATTEMPO il laboratorio del Crim sta perfezionando le prime capsule endoscopiche già sperimentate in alcuni esami interni, come quelli all’esofago e al colon. Esami che tradizionalmente vengono eseguiti con l’inserimento di un lungo tubo e richiedono tempi piuttosto lunghi, risultando quindi particolarmente fastidiosi per i pazienti. Arianna attribuisce le difficoltà emerse finora, nell’applicazione di queste nuove tecniche, ad alcune zone d’ombra durante il percorso gastrointestinale: «La capsula è grande come un nocciolo di ciliegia e va giù troppo veloce per garantire un esame perfetto all’interno dell’esofago. Nello stomaco poi rischia di fermarsi in qualche angolo difficilmente raggiungibile e per quanto riguarda l’intestino funziona bene solo nel tratto del tenue. Si tratta di trovare un sistema che consenta di manovrarle dall’esterno più lentamente e di indirizzarle anche nelle pieghe più nascoste della cavità che si sta esplorando». 

 

Fra i tanti prototipi realizzati, anche quello della capsula sommergibile che naviga dentro lo stomaco arrampicandosi anche sulle pareti e che si può pilotare cambiando velocità, a seconda delle esigenze. Grazie alla sua struttura infatti, lo stomaco può contenere diversi litri di liquido e quindi sembra fatto apposta per sperimentazioni di questo tipo.
(4-fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 19 e 23 agosto e il 2 settembre. Sono su www.lanazione.it)

Dall'inviato Laura Alari










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