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QUANDO LO SPORT UCCIDE

Morto sul campo di calcetto
Era stato appena visitato

La moglie di Luciano Degoli: "era sano e pieno di vita. Poteva capitare a chiunque". Il controllo al cuore non aveva evidenziato alcuna anomalia. La tragedia si è consumata sotto gli occhi del figlio quattordicenne.

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San Giusto, campo di calcetto Firenze, 3 luglio 2009 - Un ecg, un elettrocardiogramma, eseguito a Firenze in previsione di un intervento di cataratta la mattina stessa del giorno in cui Luciano Diegoli è stato stroncato da un infarto, a 58 anni, sul campo di calcio della Polisportiva San Giusto, non ha evidenziato alcuna anomalia cardiaca. Lo rivela la famiglia dell’agente di commercio di occhiali grandi firme, carpigiano di origine, venticinque anni trascorsi in Brasile, da dieci anni a Firenze, dove oraviveva.

 

E’ l’ex moglie brasiliana, 43 anni, a spiegare alla Nazione che Luciano «era un uomo sano, pieno di vita. Aveva una salute fantastica. La tragedia che è capitata a lui, e che ora si è abbattuta su noi familiari, poteva capitare a chiunque, in qualunque momento». Come a dire: gli sforzi agonistici amatorali — ma estemporanei, non graduati, nell’ambito di un’attività fisico-sportiva non tenuta costantemente e rigidamente sotto controllo — almeno questa volta, a differenza di altre, non c’entrano niente. Ne è convinta la famiglia Diegoli. «Esatto. Era sanissimo Luciano, il cuore perfetto. Faceva sport. Ogni mattina, alle sette, andava a correre. Mi ripeto: quell’infarto poteva capitare a chiunque, in qualsiasi attimo.. L’attacco cardiaco lo avrebbe colpito anche se fosse stato a dormire.

 

Martedì sera proprio non c’è stato niente da fare, nonostante i lunghi, disperati tentativi di rianimazione, praticati direttamente sul campo, fin oltre le 21, manuali e col defribrillatore, da medico e sanitari del 118, che ha inviato un’ambulanza attrezzata per l’occorrenza. Ad avvalorare che si è trattato di una disgrazia in alcun modo preventivabile; che la disgrazia non è stata preceduta da sinistre avvisaglie; ad allontare cioè lo spettro di una sottovalutazione da parte di Diegoli delle proprie condizioni fisiche, ecco che l’ex consorte sudamericana, di professione cuoca, aggiunge particolari su particolari.

 

 

"Dico questo con estrema convinzione non soltanto per l’elettrocardiogramma regolare, cui si era sottoposto Luciano la mattina stessa della sua morte; o per altre visite mediche che peraltro mai hanno evidenziato qualche cosa di preoccupante; no. Lo affermo anche perché so come è andata quella maledetta serata. La partita è cominciata alle 19,30, una sfida di calcio tra genitori e figli, ragazzi del ’95, come il nostro Giuliano, bravo ragazzo e bravo calciatore richiesto da molti osservatori, anche se noi per ora abbiamo preferito tenerlo qui, alla Polisportiva San Giusto perché è un bell’ambiente. Ebbene: Luciano — continua la signora, che preferisce che non venga citato il proprio nome — giocava in porta. E in quei pochi minuti di gara giocata prima del malore, dieci-quindici, non di più, non aveva dovuto fare neanche una parata. Quindi lo sforzo fisico davvero non c’entra niente con questa morte, anche se capisco che il contesto, che tanti precedenti potevano farlo supporre».

 

Luciano Diegoli è morto sotto gli occhi del figlio «Proprio così, è l’altro dramma nel dramma. Lui è rimasto sconvolto. Ci hanno chiamato tutti, subito, siamo arrivati a abbiamo assistito atterriti alle manovre di rianimazione. Sapete com’è andata a finire». Diegoli ha subìto due arresti cardiaci come hanno spiegato i medici all’ex moglie e alla nuova compagna della vittima. Un infarto, sembra, di cui non sarebbe stato possibile accorgersi neanche durante un controllo approfondito perché non era in corso.

 

Si è tuttavia parlato, due giorni fa, di un malore, di un disturbo accusato nella stessa giornata di martedì dal rappresentante di occhiali, molto stimato nel suo lavoro. «Aveva lavorato per Baci & Abbracci, era stato tra i creatori della linea Vogue. Il disturbo di cui parlate? Nel pomeriggio, dopo pranzo, ha detto di aver avvertito una difficoltà a digerire. Nient’altro. Poi la sera stava bene. E io non credo proprio che quel fastidio accusato dopo il pasto, forse appunto solo cattiva digestione, c’entri qualcosa con quello che sarebbe poi avvenuto a distanza di alcune ore, il malore fatale su quel campo di calcio».

 

L’agente di commercio, persona di spirito che riusciva a trasmettere entusiasmo e gioia, e a ricavarne dalle piccole e grandi cose della vita, aveva una bella famiglia, corroborata da tre figli. Oltre al piccolo Giuliano, due ragazze più grandi, Eva, 21 anni e Giovanna, di 18. Hanno reagito con ammirabile compostezza al grande dolore, stringendosi alla madre, molto provata nonostante il divorzio dal marito.

Giovanni Spano

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