In un giorno di sole, scrutando tra le celle dell’Ospedale psichiatrico giudiziario a caccia delle storie degli internati in un’antica villa medicea, l’Ambrogiana. Non fosse per quella targa, che spiega dove ci si trova, non lo si percepirebbe prima di passare il portone bianco
Montelupo Fiorentino (Firenze), 7 marzo 2009 - In un giorno di sole, scrutando tra le celle dell’Ospedale psichiatrico giudiziario a caccia delle storie degli internati in un’antica villa medicea, l’Ambrogiana. Non fosse per quella targa, che spiega dove ci si trova, non lo si percepirebbe prima di passare il portone bianco.
Fa un certo effetto ficcare il naso in uno dei sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi in Italia. All’entrata c’è un agente di polizia penitenziaria che invita a lasciare nella garitta telefonino e documenti. A scortarci è Roberto (i nomi sono di fantasia), un responsabile della sicurezza.
Davanti agli occhi una babele di passi, di sguardi privi di vita e vite prive di sogni. Storie al limite dell’inverosimile. Come quella di Carlo, 46 anni, “il mostro di Aosta”, sembra un protagonista di telefilm polizieschi. E’ a Montelupo da cinque anni, è dentro per quattro omicidi. Ha ucciso un uomo e tre prostitute. Ce lo racconta pacatamente, tra un tiro e l’altro di sigaretta, come se stesse raccontando un incubo o la storia di qualcun altro. "Mia mamma era una prostituta, io le odiavo tutte quelle come lei, soprattutto chi mi diceva le parolacce". Faceva il marmista, ha un figlio di 21 anni. E si rivolge a lui: "Sono cambiato, voglio che mio figlio mi venga a trovare". Dice di essersi pentito e di pregare: "Recito l’Atto di Dolore e l’Eterno Riposo per le mie quattro vittime". Il parroco di Aosta gli ha anche inviato un lettore di cassette: "Mi piacciono i Pooh e i Mattia Bazar", confida con orgoglio. Ci saluta con un bacio sulla guancia ringraziandoci per «non aver provato schifo di lui".
Ci facciamo spazio tra chi cerca la voce fra corde vocali in fiamme, dopo parole a mitraglia e litigi e tra nuvole di fumo. Perché il fumo spesso resta e il divieto rimane appeso come pura formalità. "Le sigarette - spiega l’agente - diventano una terapia. Se venissero vietate, il luogo esploderebbe". Roberto ci parla anche delle ‘conte’ (tre nell’arco della giornata) e sottolinea che nell’Opg gli internati che lavorano vengono retribuiti, "circa 400 euro allo spazzino, 500 euro per chi sta in cucina perché lavora anche nei festivi". A Montelupo i lavoranti sono una quarantina.
Dalle prostitute di Carlo ci immergiamo nel mondo incantato di Luigi, immenso, una voce da fata. Questo ragazzone di 25 anni accarezza e pettina le sue Barbie. Ne ha 78, dalla classica all’ultimo modello. Bionda, rossa, di colore, orientale. Tutte le bamboline sono allineate sulla brandina accanto a otto Big Jim. Luigi, unico inquilino della cella, ce le presenta con vanto, ognuna ha un nome. E chiede se possiamo regalargliene delle altre, anche usate, come fanno gli agenti. Ci accoglie mostrando i vestiti che confeziona per le bambole con i ritagli di stoffa, la casa di Barbie, la piscina, la prigione segreta. Non esce quasi mai, e quando lo fa porta con sé la Barbie preferita che ha chiamato Pamela Anderson.
Non divide la cella con nessuno perché non sopporta che qualcuno possa toccare le sue bambole o prenderlo in giro. Questo gigante bambino racconta una vita di violenze e contraddizioni, spiega che per lui giocare è una missione. "A 12 anni ho avuto un incidente d’auto. Con me c’era mia sorella e prima di morire mi ha detto che da quel momento io dovevo giocare con le Barbie al suo posto". Intorno c’è anche chi gioca a ping pong e chi sonnecchia. Rantoli, grida, d’improvviso un odore inconfondibile. Roberto, il cicerone paziente, cammina dentro questa bolgia dantesca come un piccolo Virgilio invisibile. Niente può più stupirlo. Nemmeno la storia di Marco che a 19 anni ha ucciso la mamma. Credeva di essere un dio.
Roberto lavora qui da 20 anni: "In questo luogo diventiamo psicologi, assistenti sociali". Qual è l’eco comune? "Il sovraffollamento", ammette. Celle come formicai, tv che urlano, corpi che sporgono dalle sbarre come fiere rabbiose. In celle tarate per quattro ci sono sette o più internati. In ogni stanza gabinetti, dal fetore preistorico, di fianco a un angolo cucina. Santini vicino ai capezzoli di donne nude. Gli internati (tutti uomini), sono troppi, molti oltre la capienza, e gli agenti sono insufficienti per un servizio adeguato.
L’esperta guida illustra la struttura: ci sono due sezioni, dislocate in due edifici, una è la Terza sezione divisa in tre reparti (Pesa, Arno e Torre, con 5, 10 e 16 camere detentive), l’altra è la Seconda sezione, l’Ambrogiana con 42 celle. La Pesa è al piano terra, qui ci sono i nuovi arrivati in osservazione: le prime due stanze sono sempre chiuse, gli internati possono usufruire solo dell’ora d’aria; le altre celle restano aperte dalle 8.30 alle 13. C’è la cella con i letti di contenzione. Qui l’internato si ritrova con polsi e piedi legati al letto con delle fasce e sottoposto alla terapia iniettiva. In questo reparto c’è anche una zona ludica per le attività: dal laboratorio di ceramica alla biblioteca fino alla palestra. In biblioteca c’è Antonio che sta scrivendo una lettera alla fidanzata. L’ha appena vista, stanno insieme dal 2003. Antonio si è laureato in medicina nel ’97, poi si è specializzato in ortopedia. Per essere felice? "Basta sentire una canzone". E inizia a intonarne una dei Doors.
Altro piano, altro girone: l’Arno. Qui gli internati hanno l’assegnazione di una misura di sicurezza, le celle sono aperte dalle 8.30 alle 18.30. Nell’Arno incontriamo anche il piromane delle auto. Un’altra scalinata e arriviamo alla Torre, l’ultimo reparto della Terza sezione. Non tutti sono in piedi, molti dormono. Alcuni per i farmaci, altri per noia, altri per malattia. Una voce: “Quello di destra mi vomita addosso, faccia qualcosa”. Un altro sbatte la testa al muro. Sempre stralci di reale quotidianità. Come la storia di Riccardo che ha ucciso la moglie, di Sandro che ha sparato a entrambi i genitori e quelle di tanti altri senza nome. Incrociamo un vecchietto. Sembra un angelo in pensione. "Che ho fatto? Di tutto". Un desiderio? Sorride: "Tornare bambino".
"La convivenza è difficile, ma poi restano amici"
Direttrice Maria Grazia Grazioso, ma chi sono gli inquilini di questa villa? "Nell’Opg ci sono soggetti colpiti da infermità mentale con totale o parziale incapacità di intendere e di volere, internati perché dichiarati socialmente pericolosi: qui espiano una misura di sicurezza detentiva che permane al persistere della pericolosità. Si parla di ‘ergastolo bianco’, perché le proroghe possono ripetersi all’infinito".
Qual è il rapporto tra gli internati? Ci sono stati eventi critici all’interno dell’Opg? "Ci sono state situazioni difficili, e non possono essere mai escluse: malattia e privazione della libertà pesano molto. Però molti, una volta usciti, sono rimasti in contatto".
Sono previste uscite o attività? "Ogni giorno sono previste uscite di gruppo: 6-7 persone sono accompagnate fuori da operatori dell’Asl o da volontari. Due volte a settimana possono frequentare la piscina di Empoli. Nella ‘casa del drago’ si svolgono attività artistiche, manuali: è un piccolo passo verso la società libera. Poi ci sono i permessi individuali. Esiste, inoltre, una rivista, Sipario, dove possono scrivere gli stessi internati".
Maria Brigida Langellotti
Sara’ Vanessa Gravina protagonista de 'La signorina Giulia' di Strindberg, al teatro della Pergola di Firenze, l’ospite dell’Auditorium Attilio Monti de La Nazione mercoledì 11 marzo alle 16,30. Con lei Siravo e altri attori della compagnia. Info: 055\2495656.Vi aspettiamo