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IL PERCORSO

Una città, il suo giornale, la sua banca

Molti anni prima di diventare il capo del governo della Toscana, l’ago della bilancia politica dell’Italia intera, e il fondatore de La Nazione, Bettino Ricasoli aveva diverse esperienze di lavoro. Tra queste i due anni da direttore di banca

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La Nazione, i 150 anni Firenze, 21 gennaio 2009 - Molti anni prima di diventare il capo del governo della Toscana, l’ago della bilancia politica dell’Italia intera, e il fondatore de La Nazione, Bettino Ricasoli aveva diverse esperienze di lavoro. Tra queste, ed era ancora poco più che un ragazzo perché aveva ventisette anni - ma allora si era già uomini, a ventisette anni, e poi da tempo Bettino aveva su di sé le responsabilità di famiglia, per aver già perso il babbo e la mamma - i due anni da direttore di banca. Direttore della Cassa di Risparmio di Firenze, tra il 1836 e il 1838, quando la banca, sorta nel 1829, non aveva ancora acquistato quella che sarebbe diventata la storica sede di via de’ Cresci, oggi via Bufalini, e occupava qualche stanza al pianterreno di Palazzo Medici Riccardi.

 

Un destino che s’intreccia fin da subito, intorno, quello della città, della sua banca, e di quello che sarebbe diventato il suo giornale, tutto passato per le mani di un solo uomo. Del resto, quando decise di dare corpo alle sue idee e propugnarle grazie allo strumento più moderno, il giornale, Bettino Ricasoli doveva in qualche modo tenersi ben stretti i rapporti con le banche: nel 1859, per dirne una, c’era da convertire i fiorini fiorentini nelle lire italiane. Impresa non da poco, chi ha vissuto il cambio lira-euro un’idea riesce a farsela.

 

Era significativa, e di particolare importanza, la presenza di una banca così radicata sul territorio fino da quell’epoca. "Si trattava di assicurare una forma di previdenza ai lavoratori, che di protezioni ne avevano davvero poche, soprattutto per combattere l’usura nelle cui mani quelle povere famiglie rischiavano di finire stritolate", osserva l’avvocato Michele Gremigni, vicepresidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che oggi - dopo la separazione dall’attività creditizia, voluta dalle legge Amato del 1990 - resta oggi l’erede di quell’antica concezione della banca, come la pensarono Cosimo Ridolfi, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini.

 

Resta vivo, insomma, il legame con l’antica propensione benefica e filantropica, e la costante attenzione ai fenomeni sociali e culturali. L’Ente è ancora lì, a far fronte a 1.800 domande di sostegno che vengono da ogni parte della società fiorentina. "Ed è difficile - si rammarica Gremigni - doversi trovare a limare, a ridurre, a tagliare il piano erogatorio per adeguarlo a disponibilità che si sono ridimensionate. E’ doloroso diminuire i contributi a istituzioni come la Scuola di Musica di Fiesole o il Maggio Musicale". Ma, come il giornale, la banca - e poi la Fondazione voluta da Amato - è un monitor vivo sulla società. "Un osservatorio privilegiato - ancora parole di Gremigni - su un mondo ricco di persone, di iniziative, di interessi: e la più grande ricchezza è il volontariato. Come del resto anche l’artigianato artistico, che definisce un’identità". Un osservatorio talmente interessante che consente di sottolineare la discrepanza tra l’opinione che si ha di Firenze all’estero, "e i problemi che invece si notano guardandosi intorno", sottolinea Gremigni.

 

La banca come il giornale, dunque. Occhiali per guardare, per suggerire, per indicare soluzioni. Non a caso, La Nazione e la Cassa di Risparmio di Firenze hanno vissuto lunghi tratti di percorso comuni, in una storia di 150 anni (quelli della banca sono 180, proprio nel 2009): la crisi finanziaria degli ultimi trent’anni dell’Ottocento, dopo la “deportazione” della capitale a Roma; la Grande Depressione del 1929; la ricostruzione del dopoguerra e poi il boom economico, e la grande ferita dell’alluvione del 1966. Circostanze per sperimentare insieme il grande spirito che Firenze ha sempre saputo manifestare nei momenti più difficili.

p. pe.










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