Beni di lusso, ville, villette, addirittura una Ferrari. Oltre a due milioni e mezzo di euro che sarebbero stati trasferiti in Cina evitando le forche del Fisco italiano. Per questo motivo quattro cinesi, componenti dello stesso nucleo familiare, hanno patteggiato una condanna a un anno e 4 mesi di reclusione oltre a mille euro di multa
Firenze, 12 luglio 2008 - Beni di lusso, ville, villette, addirittura una Ferrari. Oltre a due milioni e mezzo di euro che sarebbero stati trasferiti in Cina evitando le forche del Fisco italiano. Per questo motivo quattro cinesi, componenti dello stesso nucleo familiare, hanno patteggiato una condanna a un anno e 4 mesi di reclusione oltre a mille euro di multa.
Altri due orientali, anch’essi membri della stessa famiglia, sono stati rinviati a giudizio dal gup Paola Palasciano e saranno processati il 16 settembre 2009. Gli imputati, difesi dagli avvocati Alessandro Traversi, Laura Faggi, Guido Pasquetti e Paolo Barghigiani, erano accusati di evasione fiscale e riciclaggio. In sostanza, in base alle accusae sostenute dal sostituto procuratore Massimo Bonfiglio, padre, madre, tre figli e un parente prossimo, avrebbero messo in piedi una vera e propria organizzazione per investire il denaro sottratto al fisco e per trasferirlo in Cina.
Il capofamiglia, titolare di un ingrosso di abbigliamento e pelletteria con sede alla periferia di Firenze, non avrebbe presentato la dichiarazione dei redditti dal 2002 al 2005. La moglie e gli altri componenti del clan si sarebbero preoccupati di portare il denaro in Cina.
Secondo quanto stimato dalla guardia di finanza, sarebbero stati trasferiti a Pechino la bellezza di due milioni e mezzo di euro attraverso una lunga serie di bonifici bancari effettuati a più riprese e da diversi conti correnti. Solo la moglie dell’imprenditore sarebbe riuscita a trasferire un milione e 620mila euro attraverso 22 bonifici effettuati in poco più di un anno, fra il 28 aprile 2004 e il 22 luglio del 2005.
I redditi del capofamiglia, mai dichiarati allo Stato, sono stati ricostruiti e calcolati sulla base delle fatture attive e passive che sono state sequestrate durante la perquisizione nell’azienda e negli immobili riconducibili ai cinesi. Durante l’inchiesta, gli uomini del nucleo di polizia tributaria si erano accorti che l’ammontare del denaro sottratto al fisco per ogni anno corrispondeva quasi esattamente alle somme trasferite in Cina. Scattarono i sequestri. Poi, al termine dell’inchiesta l’udienza preliminare di ieri davanti al gup Palasciano.
Cosimo Zetti
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