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LA CITTA' E LA SICUREZZA

"Dacci i soldi o ti spariamo"
Alba di terrore per un disabile

Un dipendente di un'azienda di pulizie viene aggredito in piazza della stazione mentre sta tornando a casa in auto. L'aggressore, un uomo di colore, lo ha minacciato con la pistola mentre una donna gli ha sottratto il denaro e il cellulare

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Forze dell'ordine alla stazione Firenze, 27 giugno 2008 - "Mi hanno minacciato con una pistola. Sono stato perquisito, rapinato e sequestrato. Sono ancora sotto choc, sembrava un film, sembrava di essere nel Bronx". R.F.G., 45 anni, impiegato in un’azienda di pulizie, é stato derubato di 20 euro in contanti e del telefono cellulare. "Ma non é il danno, che importano pochi spiccioli e il telefonino. E’ il modo, é l’aggressione che ho subito: mi hanno puntato la pistola alla testa, a Firenze, in pieno centro storico. Ho avuto davvero paura". L’uomo, disabile civile per una grave forma di diabete, sposato con due bambini ancora piccoli, è stato aggredito ieri mattina in piazza della Stazione. "Erano le 5.30, avevo appena finito di lavorare, stavo tornando a casa per riposarmi e per poi affrontare un nuovo turno", racconta la vittima.

 

"Arrivato alla rotonda di piazza della Stazione, in prossimità dell’intersezione con via Cerretani, mi sono dovuto fermare in coda ad un mezzo dell’Ataf che sostava davanti alla fermata. In quel momento, all’improvviso, senza che me ne accorgessi e senza che avessi la possibilità di reagire, qualcuno ha aperto lo sportello lato passeggero della mia auto. Erano in due, un uomo di colore e una donna bianca, forse italiana. Avevano gli occhi socchiusi, come se fossero drogati, come se agissero in preda agli effetti di sostanze stupefacenti. Non hanno detto una parola. Lui ha tirato fuori la pistola. Lei, invece, ha aperto la mia borsa e si è impossessata di venti euro che tenevo nel portafogli e del telefono cellulare che avevo appoggiato sul cruscotto. Hanno preso anche il permesso invalidi che utilizzo per entrare in centro. Ripensandoci ora non riesco proprio a capire di cosa se ne possano fare. A quel punto, pensavo che fosse finita, che se ne andassare con i soldi e il telefonino. Invece no, evidentemente non erano soddisfatti di quello che avevano trovato".

 

R.F.G. continua a raccontare, ripercorre quei lunghissimi minuti, ha ancora paura. "L’uomo di colore - spiega sempre sotto choc m - ha aperto il mio sportello. Mi ha messo le mani addosso, mi ha addirittura perquisito. Voleva capire se indossavo collanine, ciondoli o braccialetti di valore. Ma io non li porto mai". L’incubo, però, non era ancora finito. "Sono saliti in auto, lui davanti e lei dietro. Mi hanno detto di portarli alle Cascine. Non ho potuto oppormi, avevo sempre la pistola puntata alla testa. E’ stato un incubo, non potete capire cosa si prova sotto la minaccia di un’arma impugnata da una persona che forse agisce sotto l’effetto di sostanze stupefacenti". Giunti all’incrocio con via della Scala, però, il programma della coppia cambia improvvisamente. Niente più Cascine. Il sequestro, perché di vero e proprio sequestro si tratta, ha un esito imprevisto. "Ero fermo, stavo aspettando che il semaforo diventasse verde per svoltare a destra e proseguire verso Porta al Prato. Non hanno detto una parola, sono scesi dall’auto e sono scomparsi". Qualcosa forse li ha spaventati, qualcosa deve averli convinti ad abbandonare subito la vettura e a darsela a gambe. L’incubo, per fortuna, termina a poche decine di metri da dove era iniziato. R.F.G., sotto choc, esce dall’auto e bussa alla caserma dei carabinieri. Ma è impossibile sporgere denuncia perché si tratta della Scuola marescialli dell’Arma. L’uomo viene allora indirizzato negli uffici della polizia ferroviaria della stazione di Santa Maria Novella. E’ lì che può denunciare l’accaduto e raccontare come sono andati i fatti. "Sono stati gentili e professionali", spiega la vittima dell’aggressione. "Mi hanno tranquillizzato, ho potuto rilassarmi e bere qualcosa. Ero distrutto, mi sono sentito rinfrancato. Non posso che ringraziarli, perché non ero solo un semplice denunciante. In quel momento ero un uomo, una persona aggredita da due sconosciuti che aveva bisogno di aiuto e che è stata ascoltata e supportata anche dal punto di vista psicologico. Ho potuto sporgere denuncia. Dovevo tornare a lavorare, ma non ce l’ho fatta. Sono andato a casa, da mia moglie e dai miei bambini, ancora sotto choc. Al sicuro, lontano dall’incubo. Ma se ripenso a quello che è successo mentre me ne stavo tranquillo al volante mi vengono ancora i brividi".

Cosimo Zetti










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Cippo commemorativo
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