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FIORENTINA/L'INTERVISTA

Jorgensen: "Il bello di non avere un ruolo"

"Non so più qual è il mio, così ho più chances". Cos' Martin Jorgensen, un antidivo con il carisma di un capo
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Martin Jorgensen Firenze, 5 aprile 2008 - Spacca il minuto, Martin Jorgensen (nella foto), puntuale come un orologio svizzero. Arriva con la sua camminata obliqua, sarà per quel piede sinistro più piccolo del destro, sarà che il corpo ha preso la forma dell'anima, timida nell’incedere, granitica nella sostanza. Ma bastano cinque minuti ed è subito chiaro perché questo ragazzo arrivato dal nord è diventato il punto di riferimento della squadra, il leader silenzioso dello spogliatoio, l’esempio di ordine e correttezza a cui tutti i giocatori della Fiorentina, prima o poi, si inchinano. Vive a Fiesole con la moglie e la piccola Karoline. Parla poco, sorride parecchio, ragiona molto. Ha le doti di un antidivo e il carisma di un capo.

 

E' arrivato in Italia nel 1997, con l'Udinese, aveva 22 anni. Come ricorda l’impatto con l’Italia?
Guardavo quello che mi succedeva intorno come un ragazzino, non capivo, un mondo molto diverso da quello che avevo lasciato.

 

Giocava in serie A anche in Danimarca. E' così diverso?
Sì, è diverso, il calcio non è vissuto come una questione di vita o di morte come in Italia. Là è ancora un gioco.

 

E come ha reagito allo choc?
Stando il più possibile al mio posto, parlavo poco, chiedevo ancora meno.

 

Ricorda la prima partita?
Appunto. Non chiesi neanche se avrei giocato, lo capii quando mi ritrovai in panchina. Stavo zitto e aspettavo.

 

E il primo scoglio di uno scandinavo che arriva in Italia?
La mancanza di puntualità. Ho fatto molta fatica ad abituarmi. Da noi non esiste aspettare, siamo più precisi, in questo senso la vita è più facile.

 

Nel 2004 approda alla Fiorentina, l’anno del ritorno in serie A. Una stagione difficile.
Quell'anno anche Maradona avrebbe fatto fatica.

 

Dopo questo primo anno deludente fu comprato per 500 euro, svalutazione che avrebbe psicologicamente abbattuto chiunque. Non lei, che in due anni è diventato il punto di riferimento della squadra. Come ha fatto?
Non è nel mio carattere abbattermi. Dentro di me sapevo di essere un bravo giocatore e ho pensato che lo avrei dimostrato.

 

L'esuberanza del tifo fiorentino non l'ha mai spaventato?
Cercavo questo, più calore, più passione. Il primo anno l'ho avuto contro, ma come sempre nella vita la sofferenza rende più belle le conquiste.

 

Il fatto di non avere un preciso ruolo in campo è un limite o un vantaggio?
Se hai solo un ruolo hai la possibilità di esprimerti al meglio soltanto quando l'avversario è più debole, o sta male. Se hai più ruoli hai più possibilità.

 

Lei in che ruolo si vede?
Non lo so più. E poi ogni partita è una storia a sè.

 

E nella vita?
Sono un tranquillo, un punto di equilibrio.

 

E' lei il capo silenzioso della squadra?
Ma no, è solo che deve pur esserci qualcuno che controlla.

 

E per chi sgarra c'è la multa. Qualche esempio?
Per ogni cinque minuti di ritardo 10 euro, via via aumenta la cifra. E’ vietato usare il cellulare nello spogliatoio, sbagliare divisa o scarpe quando siamo in trasferta, fino a cose più gravi per cui interviene la società.

 

E decide lei quando ci si siede a tavola e quando ci si alza?
Semplicemente cercano la mia conferma nello sguardo. Ma se io non ci sono mangiano lo stesso.

 

Sono molto indisciplinati i giovani della squadra?
Sono giovani. Io cerco di dare qualche dritta.

 

Per esempio?
Gli spiego che il mondo non ruota intorno a loro, che qualche volta si può anche non giocare, che magari c'è un compagno che sta facendo meglio, e che bisogna rispettare tutti, soprattutto chi lavora con noi e in una vita non guadagna quanto noi.

 

Lei è protestante?
Sì.

 

Qual è la sua forza?
Non mollo mai, cerco sempre di migliorare.

 

I suoi hobby?
Leggo molto, soprattutto gialli, e faccio molti sudoku.

 

Cosa le piace dell'Italia?
Il clima, la vita all'aperto e le belle cose che noi non abbiamo: le macchine, il cibo buono, il vino.

 

Dunque resterà qui, se glielo chiedono?
No, vorrei giocare ancora tre o quattro anni e poi tornare a casa, per lavorare nell'azienda di famiglia. E' una specie di Lazzi, abbiamo pullman. Ci lavorano mio padre e mio fratello, e quando sarà il momento voglio mettermi alla prova. Per ora gli autobus so guidarli.

Geraldina Fiechter

 

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