Montelupo Fiorentino, 17 febbraio 2017 -  «L’UNICO raggio di luce al momento è il pensiero di fare le valigie e andarmene». Non cambiare aria per un po’, ma chiudere una porta nel tentativo di ricominciare a vivere, lontano da chi ha tentato di toglierle la vita. Lea Taccini, artista della ceramica montelupina, nel luglio 2016 ha rischiato di morire nella cucina della sua casa a Fornacette di Montespertoli, sotto i colpi di un machete impugnato dal suo ex convivente, Marco Cantagalli. L’uomo è stato arrestato e condannato con rito abbreviato a otto anni e quattromesi di reclusione. Carcere diventato arresti domiciliari per decisione del tribunale del riesame di Firenze, nonostante il no del gip Mario Profeta a metà dicembre. Un no che venne accolto con soddisfazione e senso di giustizia dalla Taccini e dal suo avvocato Guglielmo Mossuto.

E’ tornato a casa...
«Il provvedimento del Riesame mi ha ammazzata: non ho più fiducia in niente. In niente».

Teme per la sua vita?
«Che le devo dire? A fine novembre, quando gli vennero concessi i domiciliari la prima volta, dopo nemmeno un giorno era a chattare su Facebook. Chi mi dice che non uscirà da casa? Sa tutto di me: 15 anni insieme sono tanti».

Com’è la sua vita adesso?
«Difficile, faticosa, sotto ogni punto di vista. Non dormo più la notte, così non riesco nemmeno a fare il mio lavoro».

Sarebbe disposta ad abbandonare anche la sua arte?
«Sono a pezzi emotivamente ed economicamente. Se sarò costretta a lasciare il mio mestiere non importa. In questi mesi ho dovuto pagare le spese mediche e, oltre al mutuo della casa dove è avvenuta
l’aggressione, il nuovo affitto. Dal mio ex non ho ancora avuto un centesimo dei 10mila euro di provvisionale stabilita dal giudice».

E’ pronta quindi a voltare pagina?
«Sono costretta, così non vivo più. Mi sto guardando intorno, cerco anche altri lavori. Ho fatto un corso per barman. Vedremo».

La decisione di concedere gli arresti domiciliari a Cantagalli ha scatenato anche la reazione del legale della donna, l’avvocato Guglielmo Mossuto: «Prima si vantava di voler dare cinquemila euro come risarcimento, poi non ha versato un euro di provvisionale e spese legali: ci vediamo costretti a pignorare ciò che ha se ce l’ha. Tuttavia è stato premiato dalla giustizia. Capisco tutelare l’imputato, ma
chi tutela la parte offesa?».