"Questo è il giorno più bello della mia vita. Pensare che potrò muovermi liberamente senza dover chiedere permessi al tribunale è una sensazione che non si può descrivere con le parole" dice Giuseppe Gulotta
Empoli, 15 febbraio 2012 - Subito dopo avere ascoltato la sentenza che lo dichiarava innocente si è accasciato sulla sedia ed è scoppiato in lacrime. «Sono rinato. Questo è il giorno più bello della mia vita». Per Giuseppe Gulotta, 55 anni ad agosto, gli ultimi 21 trascorsi in carcere, «l’incubo è finito», come dice lui stesso con la voce ancora rotta dall’emozione fuori dalla Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria che ieri, con la sentenza di assoluzione, ha messo la parola fine ad un’incredibile storia di ingiustizia iniziata ben 36 anni fa. Gulotta era stato infatti condannato all’ergastolo a conclusione di un tormentato iter processuale per la strage di Alcamo Marina del 27 gennaio 1976 in cui furono uccisi due carabinieri.
«La prima cosa che ho fatto è stata quella di sedermi perchè non mi reggevo in piedi. Ci siamo abbracciati con mio figlio William e con la mia compagna Michela, senza parlare», racconta l’operaio edile in una ditta di Poggibonsi che dal luglio del 2010 godeva della libertà condizionale in virtù di 26 anni di pena scontati e della buona condotta. «Pensare che potrò muovermi liberamente senza dover chiedere permessi al tribunale è una sensazione che non si può descrivere con le parole: posso soltanto dire che sono tanto emozionato. Ho sempre sostenuto di non avere colpe. Avevo appena 18 anni quando fui arrestato. Mi hanno picchiato, minacciato con la pistola in faccia, mi hanno sputato addosso, massacrato tutta la notte, costringendomi, a forza di botte, a confessare quello che non avevo commesso. Ora ne sono fuori, ma ho perso tanto della mia vita e di ciò che amo e nessuno potrà restituirmeli».
Durante la detenzione si è sposato ed è diventato padre. Vive a Certaldo dove fra qualche giorno tornerà da uomo libero. «Ho un lavoro alla ditta Unibloc di Poggibonsi che voglio riprende presto. Prima di rientrare a casa però passerò qualche giorno ad Alcamo, la mia città, dove ho ancora alcuni amici e altri familiari. Voglio riabbracciare mia sorella Maria che è stata la prima a cui ho telefonato dopo l’assoluzione. Finalmente potrò passeggiare per le vie di Alcamo a testa alta e nessuno potrà più additarmi come un assassino». Poi l’ormai ex ergastolano parla del suo futuro. «Avevo promesso a Michela che l’avrei sposata non appena tutta questa vicenda fosse finita e avessi riottenuto la mia libertà. Ebbene presto ci uniremo in matrimonio e Pardo e Saro, i miei avvocati, saranno i nostri testimoni di nozze».
I difensori Pardo Cellini di Certaldo e Baldassare Lauria di Alcamo sono stati gli “angeli custodi” di Giuseppe Gulotta, seguendolo in tutto il suo travagliato iter giudiziario. «Ci abbiamo sempre creduto — dice Lauria — e sono convinto che era la decisione più giusta che la Corte potesse prendere. A Gulotta non è stato regalato nulla, gli è stato riconosciuto un errore giudiziario che gli ha rovinato la vita». Cellini ha commentato: «La giustizia ha davvero trionfato. Vorrei ringraziare la Corte d’Appello per la correttezza che ha avuto nell’autonomia di pensiero, priva di ogni pregiudizio, e questo è fondamentale per la giustizia italiana. Questa sentenza — ha concluso — apre un cono di luce importante su vicende alcamesi e siciliane che non hanno avuto una interpretazione finora corretta». E intanto è in corso un altro processo di revisione, quello a carico di altri due condannati per lo stesso eccidio: Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, da anni rifugiatisi in Brasile.