Firenze, 8 luglio 2017 - Ancora una volta, niente è come appare. Non è poi così magnifica la bella Firenze se vista dalla periferia di Novoli dove sorge il Palazzo di Giustizia (ribattezzato dal nostro protagonista Gotham City) e dove, di notte, viene ammazzato da un’auto pirata il dirigente americano di un’azienda farmaceutica a stelle e strisce.

Così come si rivela addirittura infernale, la bella Firenze, a chi si ritrova – di notte, in pieno centro – dentro all’enorme villa dalle finestre murate, a pochi passi da quel Cimitero degli Inglesi dipinto a fine Ottocento da Böcklin nella serie di tavole dell’ “Isola dei morti”. Dopo il brillantissimo esordio del 2016 con “Il rumore della pioggia” (entrato nella top 20 dei libri di narrativa italiani più venduti) Gigi Paoli, classe 1971, per anni responsabile della cronaca giudiziaria della “Nazione”, torna a mettere in azione il suo alter ego letterario, il giornalista Carlo Alberto Marchi, con il nuovo thriller Il respiro delle anime (Giunti).

E se nel primo, tormentati dai temporali, Marchi ci portava a indagare con lui in cerca di un assassino tra le strade nobili della Curia e degli antiquari, i misteri della Massoneria e i segreti delle grandi famiglie, questa volta – in piena afa – partendo da un’escalation di morti per overdose, ci fa precipitare in un intrigo internazionale che coinvolge non solo un boss della malavita dell’Est, ma anche il Consolato americano, i Ros e i servizi segreti Usa. Paoli padroneggia come pochi i meccanismi del thriller giudiziario, la scrittura è limpida e serrata, l’autoironia stronca in contropiede ogni ipotesi di eccesso, che sia sentimentale o letterario. In più, con “Il respiro delle anime”, il personaggio di Marchi, padre-single diviso tra il lavoro e la figlia preadolescente, cresce in umanità, e acquista spessore. Perché come tutto anche lui, l’uomo dalla battuta che uccide, il giornalista brillante con lo scoop dell’anno, non è proprio così come appare.