Isola del Giglio, 15 agosto 2014 - ALLA NORMALITÀ ci si abitua in fretta. A Cala del Lazzaretto sembra che il tempo si sia fermato all’estate del 2011: i bambini che fanno il bagno di fronte all’hotel Demo’s, gli scogli levigati di colore chiaro che riprendono a schiumare l’acqua che ci si infrange. «Ma dov’era?» sussurra un gruppetto di ragazzi di Roma che cerca con lo sguardo la Gabbianara mentre il traghetto si avvicina.

«FA QUASI effetto non vederla più in quella posizione...» risponde una donna che scatta foto dove adesso c’è solo il turchese del mare. Già da quella piccola nave che ondeggia tra le onde nel canale dell’Argentario si respira un ritmo nuovo, diverso, nell’affrontare il primo ferragosto all’Isola del Giglio senza la Concordia. Già, la Concordia. Quel gigante di acciaio e ferraglia che ha fatto compagnia ai gigliesi e al mondo per trentuno mesi, era diventata la tetra cartolina della perla del Tirreno. Esorcizzata quando era sdraiata a due passi dal porto, odiata quando intorno gli avevano costruito un cantiere da 400 operai, rimpianta il giorno della sua partenza. Sì, perché la Costa Concordia per l’isola del Giglio e la sua gente, è stata come un’amante. E, come in una storia che si rispetti, quel cordone ombellicale che legava il transatlantico naufragato ai gigliesi non si è assolutamente reciso. E forse mai lo sarà. Perché tutti, proprio tutti, hanno qualcosa da raccontare di quella notte. O di quei novecento giorni successivi che hanno accompagnato storie, intrecci, disgrazie e sorrisi. A Giglio Porto, però, si aspettavano qualcosa di meglio da questo agosto tagliato in due dallo scirocco. Perché quella nave, nel bene o nel male, se n’è andata. E invece niente. Il motore del turismo non è ripartito. Per una serie di motivi: non tanto per la pubblicità di avere un transatlantico di 290 metri semiaffondato dove prima c’erano le poseidonie, quanto per la crisi che morde sempre di più. Non ingannino le file chilometriche di fronte ai bar. «Un cappuccino e una brioche, poco di più» sottolineano a bassa voce dai gazebo che si affacciano all’uscita del traghetto. Gente dura, da queste parti. Che preferisce comunque rimboccarsi di nuovo le maniche invece che lucrare per colpa di un inchino venuto male: «È andata via. È giusto così. Noi qualcosa in più lo abbiamo dato quando c’era bisogno. Adesso dobbiamo fare da noi, come sempre».

UN’OCCHIATA in quella zona, però, ce la danno ancora tutti. Piaccia o non piaccia quella nave è rimasta nell’immaginario collettivo di un popolo. Sì dei turisti. Ma soprattutto dei gigliesi. L’operazione di scissione Concordia-Giglio — evocata anche dal Governatore Rossi—non è ancora iniziata e chissà quando comincerà. Sono ancora tanti i turisti che chiedono dove era affondata. E anche tanti che chiedono qualche souvenir. E, purtroppo, in troppi hanno anche deciso di disdire le camere già prenotate quando hanno saputo che la nave era a Genova. «Ci vorranno cento anni per vedere al Giglio tutta quella gente e ricreare un indotto del genere». Paolo Fanciulli è il titolare dell’hotel Bahamas. Quello che il 13 gennaio ospitò, oltre a centinaia di naufraghi, il comandante Schettino che cercava un paio di calzini asciutti. Ieri guardava dalla sua terrazza quel mare tornato finalmente «libero». È forse l’unico che non cade nella retorica. «Quella nave—dice — nonostante tutto, al Giglio ha portato dei benefici. Era giusto che se ne andasse, per carità, ma sarà difficile riabituarci al nostro tran tran». Che adesso racconta di un sold-out diverso. Chiamarlo post-Concordia, però, pare riduttivo. Fatto sta che a Ferragosto al Giglio ci sono ancora cartelli con scritto «affittasi» e gli alberghi hanno molte camere vuote.Undeficit che anche il sindaco Ortelli si affretta a ribadire: «L’impegno nostro è quello che riprendere il cammino interrotto trentun mesi fa». Si sentono voci, il rumore dei tuffi dei bambini. Non più fiamme ossidriche e martellate. E forse, è meglio così.