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GROSSETO, L'accusa dei pm: "Costa Fortuna come la Concordia, disastro sfiorato già nel 2005"

La nave urtò un fondale a Capri: il capo dell'unità di crisi della società Ferrarini avrebbe nascosto tutto

Navigazione ad alto rischio poi la riparazione di notte: un fotografo rivelò il fatto solo dopo la tragedia del Giglio

Il relitto della Concordia (Reuters)
Il relitto della Concordia (Reuters)

di Matteo Alfieri e Cristina Rufini
 

Grosseto, 13  aprile 2013 - «NO, NO. Ho chiamato solo a te e mo’ sto aspettando...». E’ un frammento della prima telefonata tra Francesco Schettino e Roberto Ferrarini, alle 21.58 del 13 gennaio 2012. Quando già la Concordia stava imbarcando acqua. Una frase che ha fin da subito fatto scattare i dubbi dei magistrati che hanno indagato sul naufragio. E’ il primo colloquio tra il comandante e il capo dell’unità di crisi di Costa Crociere dopo lo schianto della motonave con lo scoglio delle Scole, al Giglio. Il sospetto dei magistrati è che si siano voluti ritardare i tempi di abbandono della nave per cercare di salvarla.

Un sospetto che secondo quanto riportato nelle 700 pagine della richiesta di rinvio a giudizio troverebbe ampia conferma in quanto accaduto a un’altra nave Costa, la Fortuna, ben 6 anni e mezzo prima. Forse anche il nome, in quel caso, ha aiutato a evitare la tragedia. Fatalmente era sempre il 13, ma di giugno del 2005, e il comandante di quel transatlantico con 3.500 persone a bordo era Giuseppe Russo, non Schettino, ma a gestire l’emergenza a terra c’era già Roberto Ferrarini. «Durante un navigazione turistica — si legge a pagina 619 — a circa 300 metri dalla costa vicino Sorrento, la Fortuna urtò un basso fondale e cominciò a imbarcare acqua, proprio poco prima di un saluto all’isola di Capri». Un impatto che provocò uno squarcio nello scafo «profondo un braccio e lungo una decina di metri». «I passeggeri — come sostengono i procuratori — vennero sbarcati e poi reimbarcati dalla nave alata nel bacino di carenaggio».


LA FORTUNA, infatti, ce la fece ad arrivare a Palermo, con le pompe alla massima potenza che facevano uscire tanta acqua quanta ne entrava. Una volta nel bacino di carenaggio siciliano, la motonave fu riparata durante la notte dagli operai di Fincantieri e ripartì la mattina del 15. «Il comandante — sottolineano i magistrati — non provvide come avrebbe dovuto a denunciare l’accaduto, ma si limitò a segnalare falsamente che durante la navigazione da Napoli a Palermo c’era stato un anomalo innalzamento della temperatura».

Mai nessuna segnalazione alle autorità marittime fino al 18 gennaio 2012, quando sull’onda dell’emozione provocata dal naufragio della Concordia e delle 32 vittime, uno dei due fotografi — Roberto Cappello — che nel 2005 lavoravano sulla Costa Fortuna, ha tirato fuori tutto. Lo ha segnalato alla Capitaneria di Palermo. «Dalle indagini successive sono emersi numerosi e insuperabili riscontri al racconto del fotografo — si legge ancora — tali da far concludere l’autorità marittima che a bordo vi fu una vera situazione di criticità, che solo le favorevoli condizioni meteo impedirono il concretizzarsi di una situazione di pericolo».

La gestione a terra dell’emergenza fu guidata per Costa da Ferrarini. «Dell’incidente non venne mai presentata una denuncia — sostengono ancora dalla procura — e la società armatrice si limitò a organizzare ogni riparazione in porto e continuò la crociera». E la frase di Schettino a Ferrarini, captata dalla scatola nera, mentre stavano parlando di che cosa era opportuno fare per gestire l’emergenza — «L’assistenza di un rimorchiatore che ci trascini a terra...poi pensiamo alla falla» — non ha bisogno di commenti. Ma il 13 gennaio del 2012 da quella falla non sono riemerse 32 persone. Cinque membri dell’equipaggio e ventisette passeggeri. Tra i quali una bambina di cinque anni.

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