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Empoli, negozio choc Vietato entrare a chi sa solo il cinese

Il proprietario si difende: non è razzismo ma provocazione, copiano gli abiti che vendo

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Empoli, la vetrina del negozio 'Lulapop' con il cartello sottoaccusa
Empoli, la vetrina del negozio 'Lulapop' con il cartello sottoaccusa

Empoli, 19 gennaio 2010 - Roberto Benigni, nel suo film La vita è bella, a un certo punto mostra un cartello esposto sulla vetrina di un bar di Arezzo negli anni ’30: «Vietato l’ingresso a ebrei e cani». Era il suo modo per ricordare l’avanzare strisciante dell’intolleranza razzista in quella stagione sciagurata. Ieri a Empoli, in un negozio di abbigliamento del centro, sulla porta di ingresso è apparso un cartello che a molti ha ricordato quel film: «Vietato l’ingresso a cinesi se non parlano l’italiano». Sottopelle alla civilissima e da sempre accogliente Toscana stanno nascendo nuovi sentimenti di intolleranza?

«Ma per carità! Quale razzismo, quale intolleranza! La mia era solo una provocazione. Ben riuscita, mi pare». E giù una risata falstaffiana, grassa e rotonda come una mina marina. Gino Pacilli è il titolare del negozio di abbigliamento Lulapop e l’autore del cartello che ieri mattina ha fatto sobbalzare mezza Empoli. «Si l’ho scritto io, e tutto per colpa di un idraulico di Castelfiorentino — dice, mentre mostra un paio di jeans a due clienti nigeriani — Se ha voglia di sapere il perché, si sieda che le spiego». Ci sediamo.

La storia che ha di mezzo l’idraulico inizia dunque qualche mese fa, quando il negozio del Pacilli diventa meta di gruppi di cinesi. «Entrano in tre o quattro insieme, non parlano, facendo capire di non sapere l’italiano, toccano tutta la merce, poi se ne vanno. Senza mai comprare niente. E senza mai salutare. Maleducazione allo stato puro». Gli incerti del mestiere. Solo che venerdì scorso succede quello che non ti aspetti. «Il solito gruppo di cinesi è dentro da mezz’ora, sempre senza parlare e toccando tutto — racconta Gino — quando nel negozio entra un idraulico di Castelfiorentino che conosco bene. Questi fa pochi passi, vede i cinesi e li saluta. Loro impallidiscono, balbettano qualcosa, poi se ne vanno di fretta.

 “Ma li conosci?”, dico. E lui: “Certo che li conosco, stanno in un bel palazzo a Castelfiorentino, parlano correttamente l’italiano e sono diventati benestanti facendo confezioni di abbigliamento. Copiano tutto e lo vendono a metà prezzo“. Improvvisamente capisco tutto: “Ecco perché toccano la merce!. E sa che ho fatto?». Questo lo sappiamo. Ha preso carta e penna e ha scritto un cartello dal prepotente sapore di provocazione: vietato l’ingresso ai cinesi che non parlano italiano. «E ora aspetto che l’assessore al commercio, che non si è mai fatto vivo fin qui, mi telefoni che spiego tutto pure a lui», dice Gino Pacilli.

Per ora, a farsi vivo non è stato l’assessore ma chi dal quel cartello si è sentito ferito. E parecchio. «Quantomeno un’uscita non opportuna, di dubbio gusto», si lamenta Celia Pariona Vergaray, membro della consulta degli stranieri, che a Empoli è numerosissima (un residente su 10 è extracomunitario). Ed Enzo Migliorini, consigliere comunale a Certaldo e fra i primi a sollevare il caso: «Facciamo di tutto nelle scuole per educare all’integrazione e poi ci troviamo di fronte a questi episodi che vanificano tutto. Mi meraviglio solo che le istituzioni non si muovano». La preoccupazioni, insomma, che sotto la cenere anche comprensibile dell’esasperazione, trovi terreno fertile una forma di intolleranza strisciante. Questa non giustificabile. Anche perché proprio qui a Empoli, l’ombra del razzismo è rimasta sospesa anche su un episodio avvenuto la scorsa settimana al termine di una gara di pallacanestro.

Allora un giocatore di colore fiorentino, Andrew Rath, dopo un fallo pesante su un avversario dell’Empoli basket, era stato aggredito al grido di «negro di merda». «Ma non c’era razzismo, solo rabbia quel brutto fallo», hanno spiegato poi i dirigenti della squadra empolese al questore Tagliente che aveva aperto un’inchiesta sull’episodio. Comunque un terreno di inquietudine nel quale si è conficcato il cartello-provocazione di Pacilli. Che non ha certo lasciato indifferente il Comune: «Queste tipo di esternazioni Empoli non le sopporta e le stigmatizza — spiega pacata il sindaco della città, Luciana Cappelli — Anche se è una provocazione, lo è di dubbio gusto. Per questo, ho disposto un’inchiesta della polizia municipale. Acquisiremo gli atti, poi valuteremo il daffarsi. Di sicuro vogliamo evitare un effetto domino. Empoli è una città che ha forte il valore della tolleranza: eviteremo assolutamente che questo tipo di iniziative possano ripetersi».

Stefano Cecchi

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  • 19/01/2010 12:26
    Buff
    Tutta la mia solidarietà a Gino Pacilli. Questi vogliono fare i furbi a casa nostra! Ha fatto benissimo ad esporre quel cartello, la maleducazione non va perdonata nè agli stranieri nè agli italiani!
  • 19/01/2010 14:28
    alex
    L'ITALIA AGLI ITALIANI!!!!
  • 19/01/2010 16:00
    andrea76
    Entrare in un negozio come hanno fatto questi cinesi, per copiare la merce furbescamente, è una cosa da tollerare secondo i nostri politici e concittatini?
  • Sono presenti 3 commenti
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