Firenze, 13 agosto 2017 - Se è vero che fu il Duca Alessandro de’ Medici a dar inizio ai lavori nel 1534, dando incarico ad Antonio da Sangallo il Giovane (nipote del più noto Giuliano, architetto di Lorenzo il Magnifico), è altrettanto vero che l’idea di una “fortezza”, quale luogo sicuro dalle insurrezioni, era già maturo , fra il 1512 e il ’27 , anni di incerta stabilità medicea, fra i fuochi del Savanorola e la repubblica di Pier Soderini. Così, possiamo dire, legittimamente, di cinquecento anni della Fortezza di San Giovanni (detta poi “da basso”, per distinguerla da quella di “Belvedere”, sulla collina di Boboli, “in alto”). In mezzo millennio la Fortezza da Basso ci può raccontare la storia di Firenze, con una accelerazione di episodi e di curiosità, proprio nell’ultimo mezzo secolo, da quando cioè, grazie all’intercessione di Piero Bargellini, i militari la lasciarono per la nuova stagione “civile” che si preannunciava piena di belle aspettative. Guido Morozzi ne iniziò il restauro, rimettendo in luce il Mastio, con la meravigliosa Sala Ottagona ove, nelle vele della sua volta, riappare, dopo un secolo, la tecnica della “spina-pesce” con cui Brunelleschi aveva voltato la cupola del Duomo. Infine, le integrazioni dei padiglioni “Spadolini” e l’uso intenso per la città. La Fortezza è un luogo-simbolo della città, che a complemento della sua bellezza rinascimentale è anche l’immagine del lavoro, dell’artigianato, dell’operosità dell’area fiorentina. Un bene prezioso da conservare con intelligenza e valorizzare nell’interesse di tutti. E sarà anche, ne siamo certi, l’espressione di una sintonia civile, economica ed operativa per la nostra società.

INFATTI, nel tempo, la funzione monovalente di sede della Mostra dell’Artigianato si è arricchita profondamente, inglobando la moda e altre attività legate al gusto, alla creatività, all’intraprendenza della nostra cultura; fino a diventare un archètipo, un modello di utilizzazione intelligente di un luogo storico altamente connotato (che è poi ciò che ci è generalmente invidiato). E allora perché non pensare alla creazione di altri “poli” territoriali e regionali da costruire intorno al nostro patrimonio artistico? Abbiamo “fortezze” ad Arezzo, a Siena, a Sansepolcro, a Lucca, a Pistoia (ove i restauri sono iniziati da decenni e non ancora ultimati), a Livorno e altrove. Del resto, basta sfogliare l’Album del Warren (1749) per rendersi conto di questo immenso e peculiare patrimonio ereditato dal Granducato . Coniugare il recupero del patrimonio storico- artistico con nuove funzioni contemporanee compatibili. E’ sicuramente questo il modo migliore per accingerci a festeggiare i cinquecento anni della Fortezza da Basso.