Arezzo, 19 marzo 2017 - «Zitti tutti, parlano loro», ciclisti aretini di ogni tempo, è il titolo del libro di Alberto Chiodini, appassionato di sport, con la passione della scrittura. Le storie di tanti corridori, dai pionieri di inizio Novecento a quelli dei giorni nostri, dalle strade sterrate e polverose, le bici pesanti, all’asfalto, all’evoluzione tecnologica, a mezzi di alto livello, addirittura avveniristici, all’alimentazione che ha fatto passi da gigante.

Fatica, passione, umanità, spettacolo, pericolo, vittorie e confitte, gioia e dolore (fra cadute e sconfitte). Leggendo il libro, si nota lo scorrere inesorabile del tempo, i cambiamenti anche radicali da un periodo all’altro, nel ciclismo ma anche nella vita in generale.

Oltre alla carriera di innumerevoli corridori della nostra provincia, Chiodini scrive nella premessa: «L’intento che mi ha spinto a realizzare questo modesto lavoro, non è stato tanto il desiderio di celebrare i campioni e le loro imprese, quanto la riconoscenza verso atleti che hanno affrontato enormi sacrifici per amore del ciclismo, allietando i giorni festivi di tanta gente, che soprattutto in periodilontani, aveva poche occasioni di svago».

L’autore ha cercato inoltre di cogliere aspetti particolare del carattere, il modo di proporsi dei protagonisti. Nel libro tanti nomi, oltre centotrenta (comprese alcune donne), da quelli più conosciuti ad altri molto meno, ma tutti degni di essere ricordati. Dietro ognuno di loro ci sono storie e aneddoti. Così come le tante corse (da anni la nostra provincia è la prima in Italia, probabilmente in Europa e nel mondo per numero di gare) società, la prima fondata a Montevarchi nel 1902, il Cs Aquila, la seconda la gloriosa Aretina nel 1907, organizzatrice del Giro del Casentino che vanta Bartali, Coppi e Nencini nell’albo d’oro.

Tante anche le foto, da quelle dell’inizio del secolo scorso, a quelle dei giorni nostri, a ricordare imprese, ma anche solo a voler testimoniare che è anche quelli meno forti, hanno lasciato comunque una traccia. Una storia particolare come quella di Enrico Brusoni, nato ad Arezzo nel 1878, prima di andare a vivere a Bergamo. Fortissimo soprattutto su pista, nel 1900 vinse a Parigi una gara su pista che il Coni dal 2000 considera addiritt ura medaglia d’oro olimpica.

Si può leggere di Franco Chioccioli, valdarnese di Pian di Scò, il più grande corridore di sempre della nostra provincia, vincitore del Giro d’Italia 1991, di sette tappe al Giro, una al Tour e tante altre gare, del casentinese Marcello Mugnaini, scalatore forte e preso di mira dalla sfortuna, vincitore di due tappe al Giro e del tappone pirenaico al Tour de France 1966 a Luchon, nei primi cinque in classifica nelle più grandi gare a tappe, poi costretto a smettere ancora giovane dopo una terribile caduta al Tour, in un giorno maledetto, lo stesso (13 luglio 1967) in cui morì Simpson sul Ventoux.

E poi la dinastia dei fratelli Mealli di Malva, da Aladino che una volta sconfisse Bartali sul Terminillo al Giro, giungendo quarto in classifica, al figlio Moreno, a Bruno, uno dei più forti aretini di sempre, campione italiano 1963, cinque giorni in rosa al Giro ’65, vincitore di tappe e di corse in linea. E ancora Tognaccini, il primo del nostro territorio che conquistò una frazione al Giro d’Italia, a Roggi, tricolore indipendenti, a Sartini.

Fino ai giorni nostri, ai corridori attuali, Bennati, il più vincente di sempre della nsotra provincia con le perle di tappe al Tour, compresa quella di Parigi 2007, al Giro e alla Vuelta, di Nocentini, che fece sognare con gli otto giorni in maglia gialla al Tour 2009, a Capecchi. Il ciclismo grande sport, spettacolare, sempre di grandissima fatica, anche magari un pò attenuata dall’evoluzione nei tempi nostri.

E l’amicizia che nasce spontanea fra chi va in bicicletta. Il grande Alfredo Martini, fra le sue frasi semplici quanto straordinarie, una volta, nemmeno tanti anni fa, dosse: «In bici siamo tutti uguali. Si incontrano per strade un grande capitano d’industria o addirittura un Presidente del Consiglio (riferimento a Romano Prodi) e un ragazzino, e il tu viene spontaneo».