Arezzo, 19 settembre 2017 - Matteo Renzi, lei torna oggi nella provincia che alle primarie le dà percentuali bulgare: come spiega questa vicinanza?
«Arezzo e la sua provincia per me sono come casa. Per motivi di vicinanza geografica, per la storia di parte della mia famiglia. Ma anche per l’affetto fortissimo che ci lega fin dalle prime battaglie. Quando sembrava impossibile crederci ed eravamo pochi a farlo».
Le maggiori adesioni le ottiene nel Valdarno rosso, nei circoli e nelle case del popolo: è un segnale per Mdp?
«Il popolo della sinistra vera quando va a votare riconosce che molte cose noi le abbiamo fatte, dagli 80 euro ai posti di lavoro, dai diritti civili alle leggi sul sociale. E poi la scissione non produce effetti perché quando si arriva al voto da una parte hai Berlusconi e Salvini, dall’altro Grillo e i populisti. La nostra gente sa benissimo da che parte stare. L’avversario non sono io e la gente che viene dalla sinistra lo sa a perfezione».
Allo stesso tempo però il Pd ha perso in questa provincia roccafori importanti, a cominciare dal capoluogo: tendenza generale o ci sono motivazioni aggiuntive?
«Le amministrative seguono dinamiche peculiari. Ci sono ragioni locali, vota meno gente, c’è un clima diverso. Nel 2014 eravamo al massimo del consenso, con il Pd da solo oltre il 40% eppure nella stessa tornata elettorale abbiamo perso Padova, Perugia Livorno e Potenza. Segno evidente che la questione amministrativa è diversa dalla questione politica». 
La politica regionale ha creato e sta creando malumori, vedi i rifiuti o il tema sanitario: anche questo è alla base dell’arretramento del centrosinistra?
«Penso che su molti punti, nazionali e regionali, si possa fare di più e meglio. Ma non vedo l’arretramento di cui lei parla. Il Pd ha preso il 25% alle politiche del 2013. Forse non siamo di nuovo al 40% ma le elezioni andranno meglio di quanto in tanti profetizzano».
Punto dolente: questa è la città di Banca Etruria. Rifarebbe tutto? 
«Ho scritto nel libro che abbiamo lasciato fare troppo a Banca d’Italia - anche sul valore degli Npl - e questo è stato un errore. Ribadisco quella lettura. Detto questo noi abbiamo salvato i correntisti e garantito ai piccoli risparmiatori un ampio rimborso. Chi è stato truffato potrà provarlo e sarà risarcito. Insomma: noi ci siamo mossi senza grandi margini di manovra per le assurde regole europee volute da chi c’era prima di noi. Ma abbiamo difeso i correntisti e i risparmiatori aretini che altrimenti avrebbero perso tutto, evitando che centinaia di dipendenti di Etruria restassero senza lavoro dalla mattina alla sera. Abbiamo salvato il salvabile, basta bugie».
Quanto ha pesato la vicenda sulla politica nazionale?
«Molto. Si è parlato per mesi solo di Banca Etruria in modo strumentale contro il cosiddetto Giglio Magico, ignorando che noi siamo quelli che hanno commissariato il cda della Banca, compreso Pierluigi Boschi. Detto questo, chi conosce Arezzo sa perfettamente che le grane dell’Istituto non nascono da quel cda lì ma da molti anni prima, oltre che dalla crisi economica del settore dell’oro. E meno male che non è passata l’ipotesi della fusione con Vicenza: penso che possiamo dirci che sarebbe stato un disastro ancora peggiore. Ma nel libro ho sottolineato come dei veri scandali a cominciare da Mps, le banche venete e quelle pugliesi, non si sia finora parlato, chissà perché».
Perché è passata la percezione secondo la quale Bpel era la banca di Renzi e dei Boschi?
«Un’operazione di comunicazione studiata a tavolino e scientificamente perseguita per mesi. A me basta la verità: il padre della Boschi è stato trattato dal Governo come tutti gli altri. Noi abbiamo commissariato, altro che favoritismo. La magistratura deciderà chi è colpevole e chi no. La magistratura, non noi. Abbiamo fatto la riforma delle banche popolari che avevano scritto Ciampi e Draghi nel 1998 e che una politica priva di coraggio aveva sempre rinviato. Se si fosse intervenuti per tempo non ci sarebbero stati bail in e liquidazioni ma anche di questo non parla nessuno. Tutti a discutere di Arezzo perché faceva comodo a tanti. Fortuna che questa gente è fatta da persone serie che conoscono bene la realtà. Non è un caso che sia al referendum che alle primarie abbiamo fatto ottimi risultati qui».
La classe dirigente del Pd aretino è a lei vicina: che input ha dato a Donati & C. per affrontare l’ormai vicina campagna elettorale?
«Parlare delle cose che interessano agli italiani, non agli addetti ai lavori. Occuparsi dei posti di lavoro, non dei posti in parlamento. E non inseguire le polemiche di chi ci provoca per giustificare la propria esistenza. Noi siamo altro, siamo altrove».