Arezzo, 31 gennaio 2018 - L’ultima speranza della Del Tongo, non più per evitare il fallimento già dichiarato lunedì, ma almeno per garantire un minimo di continuità della produzione e del marchio, si chiama esercizio provvisorio. E’ la procedura appunto che consentirebbe all’azienda, per adesso ferma, di riprendere il lavoro, con la sessantina di dipendenti rimasti, sotto la guida dei curatori fallimentari. Il giudice delegato al fallimento, Antonio Picardi, la sta valudando come uno scenario concreto, anche perchè la Del Tongo più rimane inattiva e più perde di valore, danneggiando pure i creditori.

La decisione definitiva, d’accordo coi curatori, entro una decina di giorni. Fonti giudiziarie, intanto, replicano allo sfogo di Laura Del Tongo a caldo: ci hanno fatto fallire nel momento in cui c’era un po’ di ripresa e nonostante l’impegno a metterci altri beni di famiglia. In realtà, precisano ambienti del tribunale, non è andata esattamente così.

L’istanza di fallimento presentata dal Pm Julia Maggiore è addirittura del 24 aprile. I giudici sono andati avanti di rinvio in rinvio per quasi nove mesi, sempre aspettando che si concretizzasse la ricapitalizzazione promessa ma che è rimasta sempre allo stato embrionale. La Nazione ha avuto modo di consultare la sentenza di fallimento emessa lunedì a mezzogiorno dal collegio di cui Picardi era presidente e che ha nominato curatori fallimentari i precedenti commissari Gianluca Righi e Marco Baldi nonchè il liquidatore Alessandro Sabatini.

In essa c’è una minuziosa ricostruzione dei fatti che parte dalla segnalazione in procura, ai primi del 2017, fatta da Picardi per l’aggravarsi della situazione di deficit patrimoniale (7 milioni, secondo il giudice) e di gestione (il bilancio si chiude con 400 mila euro di perdite). Dopo l’istanza la Del Tongo si costituisce e chiede subito il rinvio dell’udienza per avere il tempo di effettuare alcune operazioni di risanamento.

Nel pacchetto ci sono la cessione della tenuta di famiglia di Vitereta (in Valdarno) ai Ferragamo, proprietari del contiguo Borro, la trattativa per vendere alla Butali Spa, che avrebbe potuto farne un proprio centro logistico, di parte dei capannoni di Tegoleto, e la disponibilità delle signore Annita Bidini e Silvana Balsimini (vedova di Stefano Del Tongo, la prima, e moglie di Pasquale la seconda) ad assumersi l’onere di parte dei pesanti debiti con le banche (a cominciare da Etruria).

In più Pasquale e i nipoti Angiolo e Patrizio rinunciano a 500 mila euro di finanziamenti in favore della società mentre le signore Balsimini e Bidini ne versano altri 200 mila. Vengono così rinviate, col consenso del Pm, le udienze del 15 giugno e del 16 novembre e si arriva a quella dell’11 gennaio. Le trattative con Ferragamo e Butali non hanno portato a offerte vincolanti, c’è un impegno dei soci a mettere a disposizione beni per un milione e 100 mila ma è condizionata all’archiviazione del fallimento.

La situazione finanziaria viene definita in sentenza «drammatica», le operazioni di ricapitalizzazione «aleatorie, la questione dell’anticipazione di imposte a detrazione del deficit patrimoniale «immaginifica». Ma anche fosse fondata, nota la sentenza, rimarrebbe un «deficit basale» di 1,9 milioni, riconosciuti dalla stessa azienda. E’ quello il nodo gordiano sul quale nulla dice neppure l’assemblea straordinaria dei soci del 24 gennaio, mercoledì scorso, convocata per ricapitalizzare. Alla fine Del Tongo è fallita per meno di due milioni certi, più cinque che l’azienda contesta.