Arezzo, 3 gennaio 2017  - Il traguardo è lì dietro l’angolo, forse è già stato superato. Detto in breve, il 2018 potrebbe essere l’anno in cui l’economia aretina va finalmente oltre il baratro che si è aperto nel 2008 con la Grande Recessione, la peggiore del dopoguerra, con effetti superati solo dal crac del 1929. Dieci anni fa, prima dello sprofondo il cui simbolo iniziale fu il fallimento della Lehman Brothers, il valore aggiunto (che non è esattamente il Pil ma qualcosa che gli si avvicina) prodotto in questa provincia era di 8 miliardi e 410 milioni.

Nel 2016, ultimo dato disponibile, è risalito a 8 miliardi e 265 milioni. Al sorpasso manca un pelo, che appunto potrebbe essere già arrivato nel 2017 (per il quale mancano ancora i numeri) o che arriverà con ogni probabilità nell’anno appena cominciato. Una curiosità, forse, ma anche il simbolo di un tunnel che comincia finalmente ad essere dietro le spalle. Ohibò, diranno in tanti, ma che ce ne frega a noi di queste cifre macroeconomiche e fredde? Cosa ci cambia nella vita di tutti i giorni? Cambia, eccome se cambia.

Perchè quello che ci ritroviamo nel portafogli alla fine del mese, quanto siamo in grado di consumare e quanto di conseguenza cresce o ristagna il sistema del commercio, se abbiamo un lavoro oppure no, se è un’occupazione stabile o precaria, dipende proprio da questi numeri in apparenza aridi. E se quegli otto miliardi e rotti sono un po’ più del Pil del 2008 vuol dire che gli aretini possono tornare a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo.

Lo certifica forse un altro dato che per ora è fantasmatico. Il Pil nazionale è cresciuto nel 2017 dell’1,5%, aumenterà ancora nel 2018 dell’1,4%. Per Arezzo le cifre dell’Istat non ci sono ancora, ma si può stimare che la crescita sia stata quantomeno pari a quella del paese (probabilmente superiore, perchè il sud contribuisce a deprimere il dato nazionale) e che lo sarà altrettanto nell’anno in corso.

Dovrebbe significare una prima ripresa di stipendi e consumi, che già si è intuita in una stagione di Natale indubbiamente ai livelli più alti dell’ultimo decennio, anche se i commercianti frenano: i fasti pre-2008 non torneranno più. Gli effetti sul lavoro si stanno già vedendo. Nel 2016 il tasso di disoccupazione è tornato a scendere sotto il 10% (il 9,2), se il trend dovesse continuare potremmo avvicinarsi all’8,5%. Comunque lontano dal 5% pre-crisi, ma pian piano l’occupazione cresce.

Nel 2017 (stima della Camera di Commercio) il 56% delle aziende ha fatto almeno un’assunzione. E il tasso di disoccupazione giovanile è di nuovo sotto il 20, con un calo del 5%. Quel che è cambiato dopo la Grande Recessione è la propensione delle imprese all’export. In dieci anni il sistema produttivo è andato a cercarsi all’estero il fatturato che non riusciva più a fare sul mercato interno. Basti dire che siamo a 6,7 miliardi di esportazioni su 8,2-8,4 di Pil. Più o meno l’80% che fa di Arezzo la prima provincia esportatrice d’Italia, anche in relazione alla popolazione.

Un bel record per chi deve confrontarsi con realtà manifatturiere come Vicenza o Treviso, per non dire di Milano o Torino. Di quei 6,7 miliardi, più o meno la metà viene dall’oro, un altro terzo dalla moda, Prada in testa. Nel 2017 la crescita è stata del 15,3 al netto dell’oreficeria e del 5 e spiccioli per i gioielli. Il mercato è fluido e non ci sono certezze, ma persino la Bce parla di ripresa consolidata.

Se dunque quei numeri dovessero confermarsi, se Dubai darà segni di movimento o perlomeno sarà sempre più sostituita da Hong Kong, Turchia e Usa, se ci sarà un pizzico di rialzo del consumi interni, bè allora il 2018 sarà finalmente un anno oltre il nostro scontento.