Arezzo, 17 novembre 2017 - Abbiamo l’export nel sangue. Eccoli gli aretini secondo i dati che emergono a margine dell’assemblea di Confindustra sud in cui mercoledì Andrea Fabianelli, un esportatore per vocazione conl suo pastificio, ha lasciato il testimone dopo sei anni di presidenza. Basti un dato: siamo solo il 10% degli abitanti della Toscana ma nell’economia regionale pesiamo per il 20%, esattamente il doppio, degli affari con l’estero.

La dice lunga su come, nei dieci anni di una crisi che solo adesso accenna a trasformarsi in ripresa solida, sia pure ancora limitata nelle dimensioni, gli imprenditori siano andati a cercare sui mercati internazionali il business che si contraeva nel crollo dei consumi interni. Un’altra cifra chiarisce meglio il concetto: nel 2008, ultimo anno pre-crisi, Arezzo esportava il 5,1% in meno dei 6,6 miliardi raggiunti nel 2016.

Per dare un ordine di grandezza, sono il 75% del valore dell’export nelle tre province di Confindustria sud. Al confronto Siena e Grosseto fanno la figura dei lillipuziani. Del resto, sempre quanto a valore assoluto di export, questa provincia è seconda solo a Firenze, che però è più grande per popolazione e territorio. Come a dire che in termini procapite, gli aretini sono i migliori dell’intera regione. Così come sono la prima potenza manifatturiera della Toscana: il settore rappresenta infatti il 26% del valore aggiunto totale. Prato, seconda, è al 23, gli altri seguono in ordine sparso.

E tuttavia ancora non basta. Perchè se l’Italia aveva recuperato nel 2014 il 92 % del Pil 2007 (poi è venuta la recessione), la Toscana il 94 e Siena addirittura il 98, Arezzo si fermava ancora all’89, tre punti sotto la media nazionale. E’ vero che nel frattempo è arrivata un po’ di ripresa, ma è presumibile che qui siamo ancora sotto i livelli di Pil precedenti alla crisi. Il che sembra dire che l’impennata dell’export non è stata sufficiente a compensare la caduta del mercato e dei consumi interni.

Del resto, in una provincia fortemente manifatturiera, si sentono meno compensazioni anticicliche come il turismo (a Siena e Firenze pesa eccome) e i servizi (bisogna anzi mettere nel conto il fattore recessivo del crac di Banca Etruria). E poi, come ricorda il direttore di Confindustria sud Massimiliano Musmeci, «i volumi dell’export sono fortemente influenzati dal prezzo dell’oro.Magari fosse tutto valore aggiunto, allora sì che saremmo tra le prime economie del paese».

Eppure, con tutte le prudenze del caso, l’export è stata l’ancora che ha impedito al sistema Arezzo di affondare e che ora lo tiene agganciato al treno della ripresa, nonostante un 2017 alterno (il primo semestre si è chiuso col meno 2,6 sui mercati internazionali, nonostante la crescita di gioielli, 5,1, e moda). Sono gli stessi settori che pesano in maniera preponderante sull’aumento del 56% fra 2008 e 2016 dell’export nel complesso della Toscana sud.

Otto anni terribili nei quali se le imprese non avessero scelto di orientarsi verso l’estero in maniera sempre più accentuata, la morìà di aziende di cui parla a fianco Andrea Fabianelli sarebbe stata assai più drammatica. Arezzo, d’altronde, è la prima provincia esportatrice d’Italia in relazione a quanto prodotto: va fuori d’Italia quasi il 90% della manifattura. Basta per vedere la luce, non ancora per dire che il tunnel è definitivamente alle spalle. Per quello ci vorrà la crescita dei consumi che ancora non si vede.

Salvatore Mannino