Arezzo, 20 gennaio 2016 - Era un vero appassionato, della memoria e delle memorie. Oggi è memoria lui stesso. Il viaggio di Ettore Scola si è fermato e chissà, con l’abilità della sua penna e del suo disegno, come lo avrebbe raffigurato lui stesso: forse in bici, come certi suoi personaggi del cinema. O in una di quelle auto del boom economico che in «C’eravamo tanto amati» ne scandiscono il declino.

In auto era arrivato, un anno e pochi mesi fa, a Pieve Santo Stefano: lui il paese della memoria e delle memorie. Il paese dei diari. Prima di ricevere il Premio  aveva attraversato i luoghi, le piazze, i musei camminando a passi lenti con le mani dietro la schiena. 

Ettore Scola era arrivato all’ora del pranzo per ricevere il premio Citta del Diario come testimone della memoria italiana, naturalmente sul grande schermo. Poche parole, commenti asciutti, sullo stile di questi suoi ultimi anni. «Ero pronto a denunciarle» avrebbe detto pochi mesi dopo nel presentare il documentario che le figlie gli avevano cucito addosso.

Poche parole: per lui anche a Pieve parlava la moglie Gigliola. «Me lo immaginavo piu’ disordinato» dice lei davanti al lenzuolo di Clelia, il simbolo del paese dei diari. «Un lavoro paziente commenta lui». Insieme guardano i manoscritti più belli ai quali l’Archivio ha dedicato una stanza speciale nel Piccolo museo, accanto a quella dei cassetti che raccontano i diari, alla stanza del lenzuolo di Clelia Marchi e alla nuova stanza di Rabito. 

Solo il giornalista e conduttore di Radio Tre Guido Barbieri, che da anni presenta il Premio Pieve, lo fa parlare di sé e del film «Trevico Torino viaggio nel Fiat-nam», quella Trevico in cui Scola è nato. 

La sua Pieve. «Trevico quando ci abitavo io avevo mille abitanti, migranti, contadini, sfaccendati - raccontava Scola - Ricordo una mia zia che a una certa ora andava a scrivere un diario nella sua stanza e noi andavamo a spiarla. Scriveva in ginocchio invece che sul tavolo su quaderni che non so dove siano finiti». 

Sì, la sua Pieve: e quella zia con il quaderno appoggiato sulle gambe nel paese di pietra e di carta ci sarebbe stata tanto bene. «Raccontare è un bisogno che esiste in ogni luogo e in ogni ceto sociale. Finita la guerra uno dei reduci, tornato inaspettatamente dalla Russia, dato per morto, veniva da mio nonno a raccontare quello che aveva vissuto, con una consolazione: credendolo morto, come usava in paese, familiari e vicinato per tre giorni portavano doni e cibo alla famiglia, era contento di aver concesso ai suoi genitori i tre giorni di ‘consuolo’".

Sul palco parla e si racconta il regista di Una giornata particolare: lo avevano dato in Tv poche ore prima di quel settembre 2014 ma ne parla con poca malinconia. «Il bianco e nero non era piu’ quello dell’originale, era piu’ cupo». 

Ma quel giorno Scola era lì  per l’Archivio: «Mi ha colpito vedere settemila storie, sono tante, un patrimonio infinito. Un’emozione e un rammarico, che non ci sia un museo come questo in ogni città d’Italia». E’ì il voito più alto in pagella a Pieve: Scola,per il cui docufilm su Fellini si era mosso il presidente della Repubblica, a dire che ci vorrebbero mille Pieve. Dice Pieve, forse pensa Trevico, il paese con la zia con il diario sulle gambe.

«Quanti milioni di storie perdute, non scritte o non raccolte. Il merito di questo inestimabile valore è di Tutino. Avete avuto, abbiamo avuto questa fortuna, possiamo consegnare ai nostri bambini un patrimonio che non avrebbero conosciuto». 

I suoi personaggio sono lì, dietro i vicoili di Pieve, Scola non ne parla, forse quel giorno lio avrebbe più volentieri disegnati. «Credo si somiglino tutti, partono da un desiderio di raccontare la storia ma dal punto di vista della piccolissima gente. Piccoli personaggi come siamo noi».  Gloria Argeles, la vedova di Saverio Tutino, gli consegna il premio, un diario bianco. Lui lo alza in aria, come un trofeo, sotto il cielo di Pieve. Un diario tutto da scrivere. O da disegnare, in punta di penna.