Arezzo, 31 dicembre 2017 - Ci sono feste comandate, come si dice, in cui Piero della Francesca fa la propria comparsa nella stampa internazionale proiettando in primo piano l’immagine e il nome della sua terra. Così accade per la Pasqua, allorché è diventata ormai una consuetudine da parte di giornali e riviste non solo italiane pubblicare l’affresco con la Resurrezione del Museo civico di Sansepolcro, in nome della sua straordinaria icasticità. Anche il Natale avrebbe potuto avvalersi di un dipinto di Piero dall’alto valore rappresentativo e simbolico, se la sua Natività non fosse trasmigrata ormai da un secolo e mezzo nella National Gallery di Londra, perdendo il profondo legame con il luogo per il quale era stata eseguita.

Il dipinto su tavola di Piero è un presepe del tutto aderente alla tradizione toscana, infatti la nascita di Cristo non è ambientata in una grotta, secondo la versione evangelica, bensì sotto la tettoia di un rudere che è l’emblema stesso della precarietà della vita umana sin dal suo nascere. La scena è ad un tempo aulica e popolaresca, con l’elegante gruppo dei cantori e suonatori di liuto in abiti color pervinca, ma anche con l’asino che raglia imperterrito alle loro spalle; con una Madonna dalla raffinatissima acconciatura e dalla ricercata cosmesi e un San Giuseppe seduto con un berrettaccio di pelo e una gamba a cavalcioni dell’altra che offre allo spettatore la pianta scalza del piede.

Ma potremmo parlare ancora più precisamente di una Natività spiccatamente valtiberina perché sullo sfondo del dipinto, ai lati della tettoia, s’apre un paesaggio dal duplice volto. Sulla sinistra c’è un ammasso lontano di nudi picchi e di alture scheletriche dilavate dalle acque e talmente cotte dal sole da apparire biancastre, tappezzate da chiazze brune e rugginose e tratti erbosi. Alla base di questi calanchi d’argilla, la vegetazione lascia intuire un percorso serpeggiante: di una strada o forse di un rivo.

Si tratta del tipico paesaggio appenninico fra Toscana e Romagna, da Val Savignone verso l’alpe tante volte varcata da Piero diretto verso Rimini e il Montefeltro. Sulla destra della tettoia, invece, c’è una veduta di Sansepolcro che è perfettamente riconoscibile dalla fabbrica allungata della cattedrale, dall’inconfondibile campanile a guglia piramidale, vero segno identitario della città, e dalla tortuosa via d’ingresso in cui si è voluto vedere il così detto Agio torto, nel quartiere dove aveva sede l’azienda di famiglia del pittore. Piero ha spesso raffigurato la città natale sullo sfondo dei propri dipinti, quasi sempre con una valenza allusiva.

D’altronde, sottolineare l’identificazione del borgo dipinto con Sansepolcro è importante non tanto come dato autobiografico, quanto perché la città di Piero assume un complesso valore simbolico nella rappresentazione della natività. Per un verso, essa sta al posto di Betlemme, la città nei cui pressi è nato Cristo; per l’altro verso, in quanto luogo che nel nome evoca il Santo Sepolcro, prefigura la drammatica conclusione della sua parabola terrena.

Sembra che per un certo tempo la tavola sia stata oggetto di culto nella cattedrale di Sansepolcro, e che successivamente abbia adempiuto ad uso devozionale domestico nella casa della famiglia Franceschi Marini, lontani discendenti del pittore. Poi, nell’imminenza dell’unità d’Italia, la tavola viene messa in vendita presso un antiquario fiorentino ed intercettata da tale Mr. Robinson, sagace emissario del governo britannico.

«A quel tempo l’Italia era sconvolta dalle guerre d’indipendenza», scrive Robinson, «e il generale stato di instabilità e di confusione del paese consentiva di procedere con relativa facilità all’acquisto di preziose opere d’arte». In un sol colpo Robinson si assicura la Natività e il Battesimo di Piero, quest’ultima tavola acquistata dal capitolo della cattedrale che la teneva in scarsa considerazione. La storia del dipinto e la sua attuale ubicazione interferiscono pesantemente sulla sua godibilità, perché tutte le opere di Piero vivono essenzialmente del colloquio che intessono con il luogo per il quale sono state dipinte.

Esse pretendono di essere ricercate nel fondo di dolci vallate, oltre le alberete del Tevere, verso Monterchi e verso Sansepolcro; o al di là di Bocca Trabaria, oltre i meandri dell’irruento Metauro, verso Urbino. Collocata nell’atmosfera rarefatta di un «non luogo, qual è un museo, la tavola pierfrancescana appare ai nostri occhi smagnetizzata, priva di quella vitalità interiore che non cessa mai di trarre alimento dal contesto ambientale dal quale ha avuto origine.

Contribuisce a questa sensazione spaesante la mano dell’uomo con la drastica pulitura a cui è stata a suo tempo sottoposta con l’asportazione di vaste zone di colore. Osservando oggi questa tavola, è come se il pastore alle spalle della Madonna il quale, con il braccio alzato, indica la cometa dell’avvento, ci stesse mestamente salutando dal suo esilio senza ritorno