Arezzo, 15 gennaio 2017 - Ci sono anche due protagonisti del caso Etruria nella lista nera di Popolare Vicenza, ossia l’elenco dei cento grandi creditori che non hanno mai restituito, in tutto o in parte, quanto ricevuto dalla banca veneta che si era proposta anche per l’acquisto di Bpel. Per meglio dire, più dei protagonisti ci sono le loro aziende, ossia l’outlet Città Sant’Angelo per Lorenzo Rosi, ultimo presidente di Etruria, ed Etruria Investimenti per Luciano Nataloni, che di Rosi fu collega negli ultimi due Cda dell’istituto aretino prima che fosse commissariato.

Etruria investimenti lascia a Bpvi una sofferenza di 7 milioni, mentre la società che gestiva la realizzazione dell’outlet alle porte di Pescara ne provoca una da 12 milioni. Il quadruplo del credito deteriorato che è stata l’eredità della stessa Città Sant’Angelo per Bpel: lì il prestito, concesso nel 2008, era stato di 3 milioni e spiccioli ed è uno dei capitoli che vengono contestati come bancarotta dai Pm del pool che indaga sul crac nell’udienza preliminare tuttora in corso e come danno patrimoniale nell’azione di responsabilità avviata davanti al tribunale di Roma dal liquidatore Giuseppe Santoni che chiede un risarcimento di 2,9 milioni.

Etruria Investimenti, invece, non rientra nello scenario di bancarotta in sede penale, mentre è finita nel mirino di Santoni come un altro dei casi di danno alla vecchia Bpel: il liquidatore quantifica il risarcimento in 19 milioni, chiamando in causa anche Nataloni. Sia la società dell’outlet abruzzese che Etruria investimenti sono costati a Rosi e Nataloni anche un altro filone di indagini, quello nel quale furono accusati entrambi di conflitto di interessi, di aver cioè ottenuto soldi dalla banca aretina di cui erano al tempo stesso amministratori.

La vicenda deflagrà clamorosamente agli albori del caso Etruria, quando l’ex presidente e l’ex consigliere ricevettero prima un avviso di garanzia (dicembre 2015) e poi furono al centro delle perquisizioni nella sede di numerose società a loro collegate. Sia Rosi che Nataloni hanno sempre rivendicato di aver rispettato le norme che regolano il conflitto di interessi: cioè di aver dichiarato la loro situazione nel corso del Cda, di aver ottenuto un voto unanime da parte di consiglio d’amministrazione e sindaci revisori e di essersi astenuti. Il commercialista fiorentino lo disse anche nel corso dell’interrogatorio per il quale fu convocato in procura nel luglio del 2016.

Le indagini svolte dalla Finanza hanno portato ad accertare che effettivamente la procedura seguita fu quella corretta: Nataloni, dunque, viaggia verso l’archiviazione, mentre la situazione di Rosi è più complessa. Per lui i Pm ritengono che la primitiva accusa di conflitto di interessi sia assorbita da quella di bancarotta per la quale è cominciata la fase processuale.

A dire il vero, di protagonisti, sia pure indiretti, della vicenda Etruria, nella lista nera di Vicenza ce ne sono anche altri due. Uno è la società Acqua Marcia, del gruppo Caltagirone, che anche in Bpel risultava come uno dei più grossi crediti deteriorati: una quarantina di milioni che però non sono sfociati in contestazione penale.

Secondo le indagini, le garanzie sui prestiti c’erano e il mancato rientro è un caso di rischio di impresa. Chiamata in causa anche la Methorios, legata ad Alfio Marchini, già candidato a sindaco di Roma. Nell’affare Palazzo della Fonte era stata advisor di Bpel e ciò era costato un’accusa di false fatturazioni ai suoi manager. L’inchiesta è finita a Roma e se ne sono perse le tracce.