Arezzo, 14 novembre 2017 - Quando si parla di oro e di contrabbando, i milioni delle confische o dei sequestri girano come numeri impazziti. Basterà ricordare il caso Panama o quello dei fratelli Pataro, ancora alla fine del ’900. Ma mai come nel caso del traffico di Fort Knox le cifre erano lievitate al livello delle condanne inflitte giovedì scorso dal Gup Marco Cecchi: per dare un termine di paragone, i 198 milioni che dovrebbero essere incamerati dallo stato equivalgono a un decimo dell’export di gioielli aretini in un anno o, se preferite, al 10 per cento dei lingotti esportati in tutto il mondo ogni 12 mesi dalle aziende di questa capitale dell’oro.

Per ora, tuttavia, si tratta di somme puramente teoriche. La sentenza di Marco Cecchi non è definitiva. Lo sarà solo dopo i passaggi in appello e in cassazione e sempre che venga confermata. Infatti, gli avvocati dei 49 condannati stanno già preparando i ricorsi, non sulle pene (che sono modeste e oltretutto non si scontano, visto che c’è la condizionale) ma sull’entità delle confische, enormemente superiori alle attese della vigilia.

Per le cifre che devono pagare i 33 protagonisti dei patteggiamenti si va direttamente in cassazione, per quelle dei 16 condannati col rito abbreviato l’iter è invece più lungo e prevede il passaggio prima in appello e poi davanti alla suprema corte. Fino ad allora i 49 vivranno con la spada di Damocle della rovina economica ma senza ancora pagare dazio.

Oddio, sempre in linea teorica, il Pm Marco Dioni potrebbe chiedere, a garanzia dell’astronomico credito dello stato, ulteriori sequestri cautelari, oltre a quelli per 36 milioni disposti all’inizio delle indagini, ma fonti di procura lasciano intendere che non sarà così: tutto quello che era possibile rintracciare del patrimonio degli accusati, si spiega, è già stato messo a disposizione dell’agenzia nazionale per i sequestri.

C’è un po’ di tutto: oro, denaro contante, immobili (due, a Milano e Valenza, sono di proprietà del capo dei capi Petrit Kamata) e persino una dozzina d’auto, fra cui una (di grossa cilindrata) appartenente a Michele Ascione, ultimo referente aretino del contrabbando, che sono andate a rinnovare il parco vetture della polizia e della Finanza. Intanto. a scorrere la lista dei 49 condannati, si ritrovano molti protagonisti della malacronaca degli ultimi anni.

Non solo Kamata e non solo Ascione, che fu preso in flagrante, nella brutta villa Fort Knox (da cui il nome dell’operazione) di Marciano mentre scambiava 2 milioni di verghe d’oro fresche di fusione (dentro c’erano i gioielli rastrellati nei Compro Oro del sud) contro 2 milioni in banconote. Era l’ottobre 2012, un mese prima del maxi-blitz. L’orafo aretino era subentrato da due mesi ai fratelli Loredana e Marco Tremonte, punti di riferimento precedenti, ritenuti bruciati quando l’organizzazione aveva avuto sentore, nell’estate 2012, di avere la Finanza sul collo.

Non a caso, la parte di contrabbando riguardante l’epoca dei Tremonte (84 milioni di confische) è leggermente superiore agli 81 dell’era Ascione. Ma nel calderone c’è anche Alessandro Riccarelli, che scansò le manette allora ma non nell’aprile scorso quando fu individuato come il perno di un altro contrabbando, stavolta di gioielli e verso l’Algeria. Dicono che il lupo perda il pelo ma non il vizio. E infatti per Riccarelli i due anni patteggiati per Fort Knox sono solo l’antipasto. Poi verrà il conto del traffico verso il Nord-Africa.