Arezzo, 17 maggio 2017 - La storia è quasi shakespeariana, una storia (se hanno ragione i Pm) fatta prima di amicizia stretta e poi di tradimento. Col presidentissimo di un’epoca di Banca Etruria che avrebbe favorito proprio il consigliere dal quale sarà silurato nella sua ultima, drammatica riunione di consiglio d’amministrazione.

I protagonisti sono appunto Elio Faralli, il padre padrone che Bpel l’aveva fatta grande prima che cominciassero i guai, e Alberto Rigotti, il finanziere trentino al quale sono andati 12 milioni di crediti «facili» sui quali il pool della procura non ha dubbi: sono un’ipotesi di bancarotta fraudolenta. In qualche modo, i magistrati riscrivono un pezzo di storia di Etruria, annotando di fatto che i finanziamenti allegri non sono cominciati con Fornasari, il presidente cui Rigotti diede il voto decisivo, ma c’erano anche prima.

Non a caso, i capi di imputazione (sette) riguardano sempre il discusso finanziere, arrestato qualche anno fa a Cagliari per il fallimento della catena di giornali on line E-polis, ed «Elio Faralli deceduto». I soldi vanno alle società di Rigotti, la Abm Finance, la Abm Merchant e la Abm Network. Il tutto avverrebbe, «in assenza di idonee garanzie, sia generiche che specifiche, a soggetto privo di adeguata capacità economica, nonchè a fronte di finalità imprenditoriale manifestamente di comodo ed irrealizzabile».

Faralli, insomma, avrebbe aiutato un amico piuttosto che guardare all’interesse della banca che dirigeva. In effetti, a sentire le ricostruzioni che fa chi all’epoca c’era, Rigotti era uno che lui aveva portato prima in Bpel e poi in Cda. Ma ecco la nemesi. Quando si arriva alla riunione del consiglio d’amministrazione del 23 maggio 2009, in cui all’ordine del giorno c’è la sostituzione di Faralli, il finanziere trentino volta la testa dall’altra parte e si schiera con gli oppositori del presidentissimo, a cominciare dal futuro numero uno Giuseppe Fornasari.

Finisce 5 a 4 e anche nelle confidenze a Ferruccio De Bortoli per il suo libro, Rossano Soldini, l’industriale calzaturiero che all’epoca era membro del Cda, ha manifestato tutti i suoi dubbi. Intanto per l’irrituale convocazione di quella riunione, avvenuta ad opera di un sindaco revisore, Paolo Cerini, ora tra gli accusati di bancarotta. E poi perchè i fautori di Faralli sostenevano che in quel consiglio Rigotti non avrebbe potuto votare. Era infatti sovraesposto, cioè non era rientrato dei fidi ottenuti e questo, secondo lo statuto, lo tagliava fuori. Ma ecco il miracolo.

Il finanziere, tramite un complesso giro di finanziamenti che partono dalla banca ma passando per terze persone e società arrivano direttamente a lui, riesce a sanare la sua posizione. Questa almeno è lo scenario delineato dai Pm nel primo avviso di chiusura indagini, quello già sfociato in fissazione dell’udienza preliminare. La procura dunque non ha dubbi: era una manovra che si configura anch’essa come bancarotta fraudolenta.

Fatto sta che la mattina del 23 maggio Rigotti vota. E nonostante Faralli fosse certo fin quasi all’ultimo che sarebbe stato dalla sua parte, si schiera con i suoi avversari. Il resto è noto. Il vecchio Elio (all’epoca aveva già 87 anni) si asserraglia nel suo ufficio. Ci vuole del bello e del buono per convincerlo a uscire, nel tardo pomeriggio di un sabato da tregenda, in cui da un lato si festeggia il cambiamento di un’epoca e dall’altro si piange sula fine di una storia. In banca da presidente non rientrerà più. Morirà nel 2013 ancora con l’amarezza di quella sconfitta. Sancita dal voltafaccia di colui che aveva finanziato e voluto sulla tolda di comando.