Arezzo, 21 marzo 2017 - C'è bancarotta  e bancarotta. Eccolo il filo conduttore della richiesta di rinvio a giudizio che rappresenta l’ultima tappa del filone più impegnativo nelle inchieste sul crac di Banca Etruria. Non più 22 accusati di bancarotta fraudolenta, come era nell’avviso di chiusura indagini depositato alla vigilia di Natale, una vera e propria frustata per tanti eccellenti della città che conta, ma dieci richieste di processo per bancarotta fraudolenta, quella dolosa, la più grave e anche la più pesantemente punita, e undici per bancarotta semplice, colposa quindi, pena massima due anni, in qualche caso già alla soglia della prescrizione.

Come a dire che i vip nel mirino si dividono adesso in due categorie: quelli che rischiano grosso, in sostanza il cuore dell’inchiesta, i veri responsabili del crollo di Etruria nello scenario del pool di Pm coordinato dal procuratore Roberto Rossi, e chi invece vede derubricate le accuse mosse inizialmente. I sommersi e i (quasi) salvati.

A guidare il plotoncino dei primi ci sono l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi. Con loro i due ex vicepresidenti di quella gestione, Giovanni Inghirami e Giorgio Natalino Guerrini, l’ultimo presidente Lorenzo Rosi, e due ex membri del Cda di vaglia come Augusto Federici, già uomo forte di Sacci, il gruppo cementiero che a Etruria ha lasciato la sofferenza più grossa (una settantina di milioni) e Alberto Rigotti, il consigliere che nel 2009 espresse il voto decisivo per la defenestrazione del vecchio padre padrone Elio Faralli e l’avvento di Fornasari.

Del gruppo accusato di bancarotta fraudolenta fanno parte anche tre dirigenti dell’epoca: Federico Baiocchi, cui in un altro filone si contesta anche l’istigazione alla truffa per il piazzamento delle subordinate poi azzerate, ex direttore mercato, Paolo Luigi Fumi, già responsabile dell’area romana della banca, e Piero Burzi, ex dirigente del credito. Anche fra gli accusati della bancarotta fraudolenta, però, bisogna distinguere.

Fornasari e Bronchi si vedono contestare tutto o quasi (l’ex dg si salva dai crediti Sacci), Guerrini solo i finanziamenti relativo allo Yacht Etruria e alla High Facing che ne realizzò i pannelli fotovoltaici, di cui lui era contitolare, Inghirami risponde della High Facing e dell’outlet Città Sant’Angelo che è anche l’unico capo d’imputazione di Rosi, interessato alla pratica in quanto amministratore della Castelnuovese che lo stava realizzando. Per Federici pesa ovviamente il caso Sacci, per Rigotti i crediti all’Hevea e alla Pegasus, che gli consentirono di rimediare al suo sconfinamento e di votare nel famoso rendez-vous FaralliFornasari.

La posizione di tutti gli altri si fa decisamente più leggera. Uno (l’ex dirigente Sergio Bertani esce di scena), tutti gli altri si vedono ridurre il reato a bancarotta semplice. A cominciare da Rossano Soldini, il consigliere che era stato il grande accusatore, anche presso Banca d’Italia, della gestione di Banca Etruria e che si era visto inopinatamente nel mirino per il voto sulle pratiche Sacci e Città Sant’Angelo.

Insieme alle sue diminuiscono le responsabilità di altri ex Cda di peso come Laura Del Tongo, Andrea Orlandi e Giovan Battista Cirianni. Bancarotta semplice anche per il responsabile della finanza Ugo Borgheresi, cui dei precedenti capi di imputazione ne resta uno solo: il finanziamento cantiere dello Yacht Etruria. Ma potrebbe essere già prescritto.