Arezzo, 5 dicembre 2017 - Non solo prestiti finiti in bancarotta, non solo le presunte truffe sulle obbligazioni, non solo l’ipotesi di falso in prospetto e ricorso abusivo al credito per gli stessi bond, emessi nel 2013. Dalle infinite indagini della procura di Arezzo, coordinate appunto da Roberto Rossi, emerge adesso un altro filone d’inchiesta, quella di un possibile scenario di bancarotta per le consulenze affidate dagli ultimi due Cda della banca poi finita commissariata nel febbraio 2015 e dichiarata fallita esattamente un anno dopo.

Un fascicolo aperto in seguito alle ispezioni di Bankitalia (prima quella di Emanuele Gatti e poi la successiva di Giordano Di Veglia) che segnalavano consulenze dubbie per un totale fra gli 11 e i 13 milioni di euro.

Le consulenze esplodono all’improvviso fra il 2013 e il 2014, mentre si succedono gli ultimi due Cda e prima che la banca finisca commissariata. Ancora nel 2012 Bpel spende in consulenze «solo» 500 mila euro. Che diventano 13 milioni nei due anni successivi, con un aumento quindi pari a 26 volte. Non è la causa principale del dissesto in una banca che ha 2,7 miliardi di sofferenze, ma i numeri fanno lo stesso impressione

Una questione sulla quale il pool dei pm aretini aveva affidato una delega alla Guardia di Finanza, che proprio nelle ultime settimane ha tirato le fila in una sua informativa. Delle decine di consulenze, ne sono state messe in evidenza alcune che il nucleo di polizia tributaria aretino ritiene meritevoli di ulteriore approfondimento investigativo. Tra queste trapelano quelle affidate agli advisor Kpmg, Rotschild e Lazard e ad alcuni studi professionali.

Tra cui emerge il nome dello studio legale Grande Stevens di Torino. Ma siamo in una fase assolutamente preliminare. La Finanza distingue fra due tipi di consulenze: quelle decise direttamente dall’allora direttore generale Luca Bronchi e quelle che invece passarono prima al vaglio dell’intero Cda, anzi degli ultimi due, guidati da Giuseppe Fornasari e Lorenzo Rosi, con Pierluigi Boschi, padre della sottosegretaria a Palazzo Chigi, prima nella veste di consigliere semplice, senza deleghe, e poi vicepresidente. Nessuno è ancora iscritto nel registro degli indagati.

I pm procedono coi piedi di piombo. È difficilissimo infatti capire se e quali delle consulenze possano trasformarsi in uscite ingiustificate di denaro e quindi in capitoli di bancarotta, colposa o fraudolenta. Uno scenario che è semplice individuare solo ove ci fossero (ma non pare il caso) incarichi affidati e svolti soltanto sulla carta. Altrimenti come dimostrare che un advisor o un professionista sono stati pagati troppo per la prestazione loro richiesta?

È questo lo scoglio che la procura sta cercando di doppiare. Intanto, emergono altri retroscena del falso in prospetto su cui si indaga per le subordinate. Nel corso della parte secretata della sua audizione, come risulta da fonti parlamentari, Rossi ha spiegato che il cda affidò la delega per la redazione del prospetto al direttore generale, senza che ci fossero ulteriori passaggi in consiglio. E dunque a chi attribuire eventuali reati: anche ai consiglieri o solo al dg?

Salvatore Mannino