Arezzo, 16 luglio 2017 - Era una banda di ladri che in piena azione si sono trasformati in banditi e sequestratori. E' l'ipotesi più probabile delle indagini in corso sul colpo alla villa di Lucignano. In altre parole, i soliti ignoti potrebbero essere entrati in casa per rubare e poi, quando si sono trovati di fronte alla cassaforte, hanno deciso di svegliare con la forza i padroni di casa per farsela aprire.

A sostegno di questo scenario c’è il fatto che gli autori non fossero armati (lo racconta lo stesso Maccioni) se non di una pila tascabile con la quale lui e la moglie sono stati quasi accecati («Vedevamo solo delle ombre»). E poi, pur nella loro spietatezza, i banditi non sono stati feroci, come spesso capita in questi casi: quando l’ex preside si è trovato con l’affanno di un mezzo malore sono andati a prendergli un po’ d’acqua in frigorifero.

Una gang più violenta lo avrebbe lasciato lì a soffrire, badando solo ad arraffare e scappare. Inutile dire che la pista prevalente è quella della solita banda di rapinatori provenienti dall’est, slavi, albanesi o rumeni, le etnie che hanno sostanzialmente il monopolio dei furti in casa

LA RAPINA. Faccia a facca con i banditi di notte. Lui, preside in pensione, e la moglie, nel loro casale ristrutturato di Lucignano. E’ successo fra martedì e mercoledì e Iacopo Maccioni (65 anni, la signora Angela ne ha 60) ha avuto tanto spirito che il giorno dopo ha scritto su Facebook una lettera ai rapinatori: mi avete portato via gioielli da collezione e oggetti di una vita, mi avete fatto sentire male, ma non siete riusciti a impadronirvi della cosa più preziosa, i miei libri.

Lo stesso coraggio e la stessa padronanza con la quale Maccioni, ex consigliere comunale a Lucignano, figura ben nota nel suo paese e a Monte San Savino per cultura e vastità di interessi, racconta la sua notte più drammatica. L’ex preside e la moglie sono stati tenuti sotto il fascio di luce delle pile elettriche («Vedevo solo delle ombre»). Maccioni non riusciva pa imbroccare la combinazione della cassaforte: «Ho creduto che quella sedia sarebbe stato il mio ultimo contatto col mondo».

Li svegliano strattonandoli nel letto. Maccioni non sa descriverli bene, era accecato dalla luce delle pile sul volto. Di sicuro erano giovani e stranieri. L’ex preside capisce subito che è meglio collaborare. Perciò, quando gli chiedono di essere accompagnati alla cassaforte non si fa pregare. Uno dei rapinatori resta a sorvegliare la moglie, gli altri scendono.

Eppure il batticuore è così forte che al primo tentativo sbaglia combinazione. Poi la sbaglia ancora. E qui la paura raggiunge l’acme: resta un solo tentativo, i banditi diventano nervosi.  Maccioni si accascia sulla sedia: mi sento male, chiamatemi soccorso. Uno va in cucina, prende l’acqua e lo bagna finchè non si riprende. Gli altri intanto svuotano la cassaforte (bottino finale intorno ai 10 mila euro) ma vedono una chiave e si convincono che in casa ce ne sia un’altra. L’ex preside dice di no: «Tu sei vecchio, che te ne fai dei soldi? Dalli a noi».