Arezzo, 14 luglio 2017 - Era l'appello più scontato del mondo: dopo anni di indagine, la procura non poteva accettare senza reagire lo schiaffone delle assoluzioni per l’ostacolo alla vigilanza di Banca d’Italia, il primo dei filoni d’inchiesta Etruria giunto a processo e concluso da un verdetto che certo non era quello sperato dai Pm. Ecco dunque che in queste ore gli avvocati difensori dei tre imputati, Giuseppe Fornasari, ex presidente, Luca Bronchi, ex direttore generale, e Samuele Canestri, tuttora direttore centrale e responsabile del risk management, si sono visti notificare le motivazioni con cui il procuratore capo Roberto Rossi e il suo sostituto Julia Maggiore contestano la sentenza del giudice Anna Maria Lo Prete.

Si attende per i prossimi giorni anche la posizione di via Nazionale: era parte civile nel processo e potrebbe anch’essa presentare ricorso. Il caso ostacolo fu il primo a venire a galla quando ancora Bpel era sì nella tempesta ma non nelle condizioni disperate maturate in seguito. L’inchiesta prese origine dal rapporto conclusivo dell’ispezione condotta da Emanuele Gatti, uno dei migliori funzionari del settore Vigilanza di Bankitalia, che a chiusura del suo lavoro portò le carte anche in procura, segnalando appunto il reato di ostacolo alla vigilanza.

Poi, nel marzo 2014, la clamorosa ispezione in quello che era ancora il sancta sanctorum di via Calamandrei, e gli avvisi di garanzia. Innesco del processo finito con l’assoluzione. Bene, scrivono adesso Roberto Rossi e Julia Maggiore, il verdetto del Gup (il processo si è svolto col rito abbreviato) non coglie nel segno delle nostre accuse. Due i terreni sui quali si muovono i Pm. Il primo è quello dei crediti deteriorati che, a loro avviso (ma non del giudice) non sarebbero stati correttamente appostati a bilancio.

Eppure, spiega il ricorso, è un fatto che c’erano dei crediti in sofferenza che nei conti della banca non figuravano come tali. Questo, ad avviso della procura, basta a integrare il reato di ostacolo al lavoro di verifica della Banca d’Italia, non conta se fossero pochi o tanti e non conta neppure il livello di copertura: erano crediti deteriorati e non vennero rappresentati come tali.

C’è poi l’altro capitolo scottante dell’operazione Palazzo della Fonte, l’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare col quale Etruria cercò di migliorare i propri ratios. Ebbene, la procura continua a essere convinta che il tutto sia stato finanziato per sei-sette milioni da fidi concessi dalla banca stessa a società satellite di quelle che facevano parte del consorzio acquirente.

In sè, spiegano i Pm, non è un illecito, ma è illecito che Bankitalia non sia stata messa al corrente di tali finanziamenti, perchè questo ha ostacolato via Nazionale nella valutazione di un’operazione che andava ad incidere sul patrimonio di vigilanza. Ma siamo appena all’inizio della maratona appello. Ci vorranno mesi e forse più per arrivare al secondo processo. Per allora la prescrizione dei fatti più lontani potrebbe essere dietro l’angolo