Arezzo, 22 aprile 2017 - Poteva essere il colpo del secolo. E non è la solita stanca metafora. Fossero entrati nel caveau di Banca Etruria, al piano terra della sede storica fra Corso Italia e via Crispi, quelli della banda del buco, si sarebbero trovati davanti decine e decine di milioni in lingotti d’oro. Gran parte del patrimonio di quella che, al di là di tutte le vicissitudini, resta la principale banca nazionale nel campo del metallo prezioso. E invece il blitz è fallito all’ultimo istante, costringendo i soliti ignoti, che magari già pregustavano il sapore dell’oro, a fuggire precipitosamente lungo la strada che avevano seguito per arrivare fin lì: il corso sotterraneo del Castro, come tutti sanno tombato nel centro storico.

Il cunicolo non finisce esattamente sotto il caveau di Banca Etruria. No, l’impalcatura ritrovata dall’addetto alla manutenzione è in corrispondenza della sala conta, quella dove stanno i dipendenti, adiacente al deposito. Ma gli uomini d’oropensavano davvero a un maxi-furto ostavano progettando una rapina? I due scenari, secondo gli inquirenti, sono entrambi credibili, anche se loro propendono nettamente per il primo.

In questa ipotesi, i banditi sarebbero sbucati, dopo aver completato lo sfondamento del pavimento, nello stanzone di fianco al caveau che di notte non è presidiato da nessun impiegato. In quel caso, dovevano avere un piano per neutralizzare i sistemi di allarme, penetrare nel deposito, fare il pieno dei lingotti e scappare per il tunnel.

La seconda alternativa è ben più cruenta e romanzesca. Non si può escludere però che i banditi stessero preparando un’irruzione armata in pieno giorno. Gli impiegati sarebbero finiti in ostaggio nel tentativo di costringerli a silenziare loro, con la forza, i sistemi di allarme. 

Il colpo del secolo non sarebbe stato tale solo per dimensioni del bottino ma anche per tecnica adoperata: un gruppo d’assalto che procede nei meandri della città sotto terra per circa un chilometro, dal ponte alla Parata, davanti al Bastione della Pio Borri, fino al cuore del centro. Roba da banda dei marsigliesi.

E invece tutto è andato storto in extremis e ai soliti ignoti, che già pensavano di tramutarsi in uomini d’oro, è rimasta solo la beffa, come a quelli del film omonimo, solo che loro almeno si erano consolati a pasta e ceci. Cosa è successo? Secondo alcune fonti, è scattato l’allarme. Secondo altre, invece, l’allarme non è proprio scattato, perchè i sensori erano stati schermati dai banditi. Il blitz sarebbe stato scoperto allora quando in maniera del tutto casuale qualcuno è sceso e ha subodorato il pericolo. La Telecontrol, che ha in gestione la sala controllo, spiega che non «emergono responsabilità di banca e vigilanza».

A QUEL punto, infatti, la banda era quasi arrivata alla meta: dopo aver percorso il corso del torrente, cementatato da decenni, lungo via Signorelli e poi a monte di via Crispi, gli uomini quasi d’oro erano giunti alle fondamenta della banca e avevano quasi completato lo scavo per risalire al pavimento del piano terra e di là penetrare nel caveau. Un’opera finissima e un’idea geniale, almeno dal punto di vista criminale. Chi l’ha studiata deve aver pensato al piano per mesi, perfezionandolo in ogni particolare. Insomma, una banda di superprofessionisti, che mirava a un colpo da prima pagina. E non solo quelle dei giornali locali.

E’ PROBABILMENTE il blitz più audace che sia mai stato messo in atto in questa città. Al confronto impallidiscono altri maxi-furti che in passato hanno fatto clamore. Ad esempio il colpo alla gioielleria Governini di via Garibaldi del week-end di Pasqua 2006: allora la banda scavò un buco sotterraneo dai garage della galleria Madiai fin dentro il negozio. O il blitz nella gioielleria Duranti del Corso il 26 marzo 2008, quando la banda sfondò il muro dello studio di un vicino cardiologo. Parevano imprese eclatanti, sarebbero stati niente di fronte a questo colpo del secolo andato a monte. Indaga la squadra mobile, ma a ricostruire il tutto hanno contribuito anche i vigili del fuoco.

 In tarda serata l'amministratore di Telecontrol, capitano Mino Faralli, alla cui società è affidata la gestione della sala di controllo della sede storica di Banca Etruria, ha inviato una nota: 

"Non emergono responsabilità né da parte di Banca né della vigilanza. Il problema, semmai va ricercato nella “palude” della c.d. RETE o nella sistemistica telematica, quando non adeguatamente supportata o supervisionata da altri sistemi alternativi e non pubblici o “propalati”[ La gente cambia ruolo e i sistemi restano ….conosciuti!] e non aggiornati alla criminalità telematica e cibernetica. I motivi? Le tecnologie innovative e insuperabili ci sono, e corrono alla velocità del “quotidiano”! La crisi generale ( e particolare, nel caso specifico !) e le difficoltà di continuo adeguamento e aggiornamento, non consentono di stare al ritmo , PURE ! Nulla più da dichiarare, secondo una corretta metodologia della sicurezza, ma se ci fossero “confidenze con l’ambiente” verranno fatte emergere e accertate. Al momento non emergono responsabilità e l’evento criminale –comunque- è stato sventato ! Nella mia lunga carriera di Professionista Qualificato della Sicurezza (A.I.PRO.S. n. 4 in Italia e degli altri tre non vi è più traccia!) ho avuto ben altre “paure” che questa ! Tutto è sotto controllo. L’azione, per come configurata, non era adeguata e idonea al furto ( per la sensoristica di vigilanza e sicurezza nel fermo delle attività ) ma presumibilmente mirata a rapina con sorpresa nella sala conta e antistante il caveau, che comunque è al sicuro ! Ripeto per sottolineare e non creare inessenziali allarmismi: tutto è sotto controllo e l’azione non era idonea. Il materiale, corpo di reato, non è gran chè.! Molto rumore per nulla (titolo originale in lingua inglese: Much Ado About Nothing) è una commedia teatrale scritta da William Shakespeare tra l'estate del 1598 e la primavera del 1599, ambientata a Messina. Ora anche ad Arezzo 420 anni dopo".