La reazione di Roberto Alboni il legale che ha scatenato l'intrigo internazionale ottenendo la prima condanna della Gerrnania al risarcimento delle vittime
«Una vittoria della Realpolitik, la Germania pesa più dell’Italia e si vede». È delusa la prima reazione di Roberto Alboni, l’avvocato aretino che ha scatenato l’intrigo internazionale ora risolto, a suo modo, dalla Corte Internazionale dell’Aja. Delusa ma non sorpresa, neppure subito dopo che, alle 11,20, il presidente giapponese Hasashi Owada ha finito di leggere la sentenza. Alboni era stato all’Aja in apertura della causa e aveva già intuito cosa c’era nell’aria.
Il che non toglie che adesso parli di «un passo indietro nel diritto internazionale», di «una decisione che ci riporta nel passato di cento anni». I giudici italiani, spiega l’avvocato, «avevano aperto coraggiosamente la strada dei diritti umani, stabilendo che il principio dell’immunità degli Stati non vale per i crimini contro l’umanità. La corte dell’Aja non ha avuto il cuore di seguirli».
E tuttavia Alboni non tornerebbe indietro di un millimetro rispetto a quella mattina di giugno del 2006 in cui per la prima volta in Italia, e anche nel resto d’Europa, pose dinanzi ai giudici militari della Spezia la questione della citazione della Germania quale responsabile civile della strage di Civitella: 203 vittime, il 29 giugno 1944. «Il Pm De Paolis — ricorda — mi disse allora che mi infilavo in una cosa più grande di me. Aveva ragione, ma non sono pentito».
In effetti l’avvocato di provincia, contro il parere delle altre parti civili e dello stesso De Paolis, riuscì a trascinare in giudizio il gigante tedesco e a ottenerne la condanna, con la sentenza dell’ottobre 2007, poi confermata in Cassazione. Il verdetto che ha poi innescato il ricorso della Germania all’Aja. Per Alboni è una questione di cuore oltre che di diritto: lui è nipote di una delle vittime, Metello Ricciarini, e al processo tutelava la madre, Metella. Ora che la corte dell’Onu ha dato ragione alla Repubblica Federale, è pronto ad arrendersi? «Nemmeno per sogno. C’è ancora da combattere. Anche sulla questione del negoziato fra Italia e Germania per arrivare ai risarcimenti. Persino il presidente Owada ha auspicato un accordo, dicendosi dispiaciuto che alle vittime non fossero stati mai pagati i danni».
Insomma, una battaglia è persa ma la guerra continua. «Mi metterò subito a studiare i meccanismi giuridici attraverso i quali agire. Potrei anche portare il caso dinanzi ai tribunali tedeschi». L’avvocato di periferia, che per tre anni e mezzo ha messo in crisi la superpotente Germania, non molla.
Salvatore Mannino