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E' mancato il coraggio

I giudici dell'Aja hanno scelto la via della conservazione, cancellando la giurisprudenza innovativa dei tribunali italiani. Ora lo spiraglio della trattativa

È mancato il coraggio, quello che avrebbe potuto sanzionare la rivoluzione del diritto internazionale avviata dai giudici italiani. Partendo dai casi aretini di Civitella ed Enzo Ferrini, avevano detto, i nostri tribunali e soprattutto la cassazione, che il principio dell’immunità, per secoli regola intangibile del diritto internazionale, non era assoluto ma relativo, limitato da altre questioni, come quella sui crimini contro l’umanità. Alla Corte dell’Aja toccava di stabilire se conformarsi a questa interpretazione evolutiva o tornare al diritto classico. Ieri il presidente giapponese e i suoi colleghi (unica eccezione l’italiano Gaja) hanno scelto la via della conservazione, la più sicura ma anche quella che meno corrisponde, forse, al sentimento dell’opinione pubblica mondiale sui grandi crimini di guerra, non solo quelli nazisti ma pure quelli venuti dopo, dal Ruanda all’ex Jugoslavia.

Ha ragione l’avvocato Alboni nel commentare che ha vinto la Realpolitik: la Germania è una realtà troppo importante per non tenerne conto in una sentenza che, al contrario, avrebbe messo in serio imbarazzo la Repubblica Federale. Che si sarebbe vista piovere addosso richieste di risarcimento non solo dall’Italia ma da tutti i paesi dell’Europa occupata durante la guerra. Troppo per il governo di Angela Merkel, che infatti adesso esulta per il ricorso presentato e vinto. Era la soluzione più comoda e la corte dell’Aja l’ha adottata risolutamente, sia pure con qualche resipiscenza, come l’invito a negoziare sui danni rivolto a Italia e Germania.
Per Arezzo, dove il verdetto appare una sorta di eclissi delle speranze innescate dai processi, l’ultimo spiraglio è appunto questo, quello della trattativa. Non contano tanto i risarcimenti concreti (certo anche quelli) quanto il principio. Il principio che un esercito occupante come quello di Hitler non poteva trasformare questa provincia nella più martoriata dai grandi massacri del ’44. C’è ancora tempo per una parola di scusa e pacificazione.

di SALVATORE MANNINO

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