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Il viaggio nei quartieri
E quel Paradiso deserto pare figlio
di un 'centro minore'

Da San Domenico alla Badia: vantaggi e scorci di una città d’altri tempi. Ma anche disagi, pochi servizi e tanto immobilismo

Disagi e problemi nei quartieri. Segnalate ciò che non va nella zona in cui vivete

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Arezzo, 9 febbraio 2010 - La Repubblica del silenzio comincia più o meno sotto l’ombra della statua di Ferdinando III Lorena. Anzi, qualcuno pensa che le "braccia" gli siano cadute non per colpa dei vandali ma per la noia. La noia di affacciarsi da sempre sull’orlo della città del silenzio. Alle spalle Piaggia del Murello, dove a fischiare al massimo sono i freni delle auto in picchiata. E di fianco, la sua lancia è protesa verso via Sassoverde: e San Domenico. Repubblica, repubblica vera ai tempi di padre Caprara.

 

Quando il silenzio era interrotto dal brusio prudente di chi, durante la guerra, veniva ricoverato e sfamato nei locali del convento. O spezzato, anni dopo, dalle grida dei ragazzi, chi scout chi del gruppo sportivo che ha cominciato a scrivere una piccola storia del calcio e dello sport aretino. Ma ora in piazza fatichi a veder rotolare perfino un pallone. Lì, nella Repubblica del silenzio pare che tutti si adeguino ad un misterioso "shshshs", con l’indice puntato sul naso. Molti confessano qui di vivere bene, anche se i più ti inchiodano con un rapidissimo "ma..." . Sospeso tra il centro e la campagna, a godere di una pace che si smorza tra i colori caldi dei tetti e le finestre a dimensione umana di un’altra Arezzo. Ma anche un’Arezzo imbalsamata, come una farfalla puntata da un chiodino. I negozi ormai hanno alzato bandiera bianca.

 

Tutti, meno la pasticceria Bruschi, che regge con orgoglio il cerino tra le dita. Almeno quando qui arrivava la Fiera, la Fiera di settembre, gli scontrini per due giorni fioccavano, più che in un mese intero. Ora non arriva più neanche quella. E i clienti devono piegarsi alle regole di una Ztl arcigna, e condita da senso unico. Il resto sono fondi commerciali chiusi. Compreso l’eroico pub di via Sassoverde, orfano di una staffetta di gestori dalle grandi idee e dai piccoli risultati. Il centro è lì, appena dietro il braccio caduto e poi restaurato di Ferdinando III: ma di lì non passa. Non passa mai. Perfino le scale mobili gli hanno remato contro: perché tutti salgono in relax ed evitano i gradini della porta, pur deliziosa, dietro la Basilica. Neanche il traffico scuote il sonno.

 

Le auto sfilano, e a orario ridotto, da Porta San Clemente: chi sbuca dal Duomo è costretto a virare verso via Caprara. Non un alimentari, chiuso da anni, non un bancomat, non un’edicola. In compenso, ed ecco la qualità della vita a risbucare d’incanto, la rinascita dei vicoli. Tipo via delle Paniere, dai lampioni vecchio stile ai muretti bassi alle finestre. Con un salto sei in quelle del primo piano, se ti pieghi ti affacci a quelle basse. Una Repubblica del silenzio che sfocia in via Garibaldi ma non si ferma lì. Si incrocia con via Vecchia: vive un giorno all’anno, per la Madonna del Conforto, quando gli aretini si ricordano che quella era la taverna del miracolo. Due conventi di suore, più finestre che occhi di religiose.

 

E il carcere, del quale uno dei due conventi per anni era stato la sala di attesa dei familiari. In una via Garibaldi sormontata dal giardino pensile della Casa di Riposo. E che ospita perfino la Ztl più piccola e assurda del mondo: largo Agadir e via Ghibellina. Ti appendi al cartello e non capisci proprio perché la mano dei divieti arrivi fin lì. Non lo capisci e non ti sforzi neanche tanto. In fondo giù, al confine della Repubblica del silenzio, c’è via San Lorentino, che per anni è stata non solo Ztl, come ora, ma Ztl rigida, chiusa tutto il giorno. Le colonnine di ghisa arrivano quasi al centro della sede stradale, un po’ come nel ramo di via Cavour che pende verso la Badia. E di attività resistono o ristoranti e pizzerie, malgrado sia praticamente impossibile parcheggiarci davanti, o i pù tenaci: il vecchio forno, l’abbigliamento, il negozio delle bici, l’angolo dei motorini. Una tesserina nella quale si incastra il Museo Medievale, che di certo paga anche la sua posizione, lontana dal centro che conta. Meno che per i grandi eventi, che poi è stato soprattutto uno: le Corti di Piero.

 

Quando anche via Cavour si vestiva da via Veneto, ma quella romana non quella di Saione. Quando le trattorie all’angolo veleggiavano sopra i 100 panini all’ora. Una primavera veloce. già finita da tempo. La Badia, per piccina che sia, è l’altro centro che fatica a sdoganarsi. Quasi ingessata nei suoi colonnini di ghisa, vede la coda di un affollamento che la sfiora e basta: la sfiora e a volte la brucia, come la carezza di una medusa. I cartelli di affitto invecchiano con la strada, i cui brusii anche qui sono ricordi, appesi non a Padre Caprara ma semmai alle vecchie riunioni fiume della Dc, nel palazzo di via Cavour oggi ristrutturato. Resta la nobilità del percorso. Resta la qualità della piazzetta della Santissima Annunziata. Resta il fascino di strade che assecondano i profili dei palazzi, perfino nel loro andamento meno regolare, invece di violentarlo, come nel resto del mondo, compreso quello aretino. Morbide frecce nel cuore orgoglioso della Repubblica del silenzio.

Alberto Pierini

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