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Due centri in uno
Il cuore animato
e la città del silenzio

Da una parte negozi, servizi e uffici, dall’altra storia, arte ma anche trascuratezza. Il confine al Canto De' Bacci. Equilibrio instabile

Il centro è ancora il cuore di Arezzo o è un quartiere come gli altri? Dì la tua

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Arezzo, 5 febbraio 2010 - Di abitanti ne sono rimasti pochi, diecimila al massimo, ma di centro, all’interno della cerchia ideale delle mura, non ce n’è uno solo, per quanto gli aretini dicano abitualmente "vado in centro". Ecco, cosa vuol dire questa frase così banale e al tempo stesso così carica di significato, andare in centro? Di solito, intendiamo il cuore commerciale della città, quello dei negozi e degli uffici, diciamo il Corso, piazza San Iacopo, piazza Risorgimento, via e piazza Guido Monaco e piazza San Francesco. Le strade e gli slarghi delle case di lusso e dei negozi di grido, dello shopping e del passeggio, delle "vasche" e del "cazzeggio", altra espressione tipica, che sta per le chiacchiere o l’aperitivo, in alternativa il caffè, accompagnate da dosi massicce di pettegolezzo, questa categoria fondamentale della vita in provincia.

 

E tuttavia di centro ce n’è pure un altro, anche a non voler considerare quella fetta di città antica che sta a ovest dell’asse Guido Monaco e che comprende San Domenico, la Badia e San Lorentino, di cui ci occuperemo a parte in un altro pezzo di questo viaggio de "La Nazione" nei quartieri aretini. E’ il centro monumentale, che lambisce San Francesco per poi arrampicarsi decisamente verso i colli di San Pietro e di San Donato, un tempo divisi e ora uniti dalla spianata del Prato. E’ il centro della Pieve e di piazza Grande, del Duomo e della piazza dei tre poteri, quella sulla quale si affacciano la Curia Vescovile (potere ecclesiastico), Palazzo dei Priori (il Comune) e Palazzo della Provincia.

 

E’ il contributo che Arezzo ha dato negli ultimi mille anni di storia alla civiltà occidentale: un patrimonio artistico e culturale di straordinario valore che meriterebbe davvero di diventare patrimonio dell’umanità. Perché è uno dei poli di quella gentile Toscana che fu la patria dell’Umanesimo e del Rinascimento, di Dante e di Petrarca, per dire di due i cui destini di esuli si sono incrociati nella splendida e solitaria via dell’Orto. Già, splendida e solitaria: sono i due aggettivi con cui si potrebbe definire questa esplosione di civilizzazione che ha ancora, forse purtroppo e forse per fortuna, i caratteri che indussero D’Annunzio a inserirla fra le città del silenzio.

 

Ecco, è questo dualismo probabilmente la vera chiave interpretativa del cuore (e dell’anima) di Arezzo inteso come la zona all’interno delle mura. Un centro a due velocità: dinamica per quanto è possibile in provincia la parte bassa, quella direzionale e commerciale, statica, chiusa in se stessa, quasi dimenticata, la parte alta. Lo spartiacque, invisibile ma terribilmente concreto, è il Canto de’ Bacci: sopra la città del silenzio, sotto la città degli affari. E’ ovvio in queste condizioni che anche i problemi siano radicalmente diversi da un lato e dall’altro del muro che c’è ma non si vede. Anche se poi ci sono pure questioni comuni.

 

Le auto e la Ztl, ad esempio. Che in un centro, specie pregiato, il traffico debba essere limitato il più possibile è questione minima di civiltà. E tuttavia ci sono le esigenze dei residenti, alle prese con i piccoli affari di tutti i giorni, a cominciare dalla spesa che ognuno vorrebbe portarsi in macchina fino al portone di casa. O dagli anziani, che fanno fatica a camminare a piedi, specie in salita. Per non parlare dei bimbi, che ogni famiglia della zona gradirebbe condurre a scuola o all’asilo in auto. E’ un equilibrio difficile fra esigenze elementari di vita quotidiana e capacità di assorbimento di un pezzo di città non concepito per l’era dei motori. I residenti hanno più affanni, ma le loro case valgono di più. Chissà se l’equazione torna. Dalla querelle Ztl si sono invece decisamente tirati fuori i commercianti, un tempo categoria nemica dei divieti e che ora invece li reclama a tutta voce dove non ci sono, vedi via Madonna del Prato.

 

Quanto ai servizi, sono sovrabbondanti nel cuore direzionale dove c’è tutto: grandi negozi, banche, poste, autobus, la sensazione che di essere al centro dell’attenzione. Il problema semmai è decentrare verso altre zone della città per evitare la congestione. Decisamente più grama la vita nella parte alta, dove si fa fatica a trovare supermercati, tabaccai, bancomat e persino bus. E’ il paradosso della città del silenzio: piazza Grande, con la sua voglia di rinascita, ne è l’emblema, ma la questione è assai più generale. Il che non toglie che anche qui ci siano zone di alta qualità della vita, come San Niccolò, area residenziale risanata di grande pregio e prezzi conseguenti.

 

Quasi al livello di piazza Grande, che sarà poco vissuta, ma che ha costi da 10 mila euro al metro quadrato. Più nel complesso è tutto l’antico quartiere di Colcitrone, che sta vivendo in equilibrio instabile fra residenza di lusso e zone popopolari, di immigrazione diffusa. Sono le contraddizioni del centro a doppia velocità. Chi corre e chi sta fermo. L’Arezzo del Duemila prima o poi dovrà farci i conti.

Salvatore Mannino

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