La messa c'è; nella chiesa di San Domenico Don Giuseppe celebra la funzione e i fedeli si stringono sull'altare; "Noi non abbiamo voglia di lasciare la nostra chiesa" sussurra il parroco dopo la benedizione finale. Lui non ne ha voglia, gli altri non ci pensano proprio. "Di qui non ci muoviamo"
Arezzo, 24 novembre 2008 - "Cambiate panca: quella è pericolosa". Don Giuseppe Badii dall’altare si coccola la sua chiesa ferita. E si coccola soprattutto i suoi parrocchiani: che malgrado la porta sbarrata e le capriate forse malferme si stringono tutti lì, intorno all’altare di San Domenico. Un po’ per fare quadrato. Un po’ perchè è l’unico punto sicuro. Lì, sotto lo stesso ombrello che protegge anche l’uomo di Cimabue. I cui colori quasi stridono con il grigio delle impalcature. E di una situazione ancora senza uscita. Se non una: la canonica, quella dalla quale i fedeli entrano ed escono a volontà. I più informati. Che si stringono nel cappotto e scivolano dentro, decisi come non mai. Gli altri restano fuori.
Non perché abbiano paura delle capriate: semplicemente perché non lo sanno. E pensano che la Messa non ci sia. E invece c’è. Alle 11 il parroco è sull’altare, che dà disposizioni a chi arriva. "Venite quassù, qui siamo al sicuro". In realtà lui si sente al sicuro dappertutto. Lui e gli altri, compresi i cronisti, di quelle capriate si fidano. Ma visto che la prudenza non è mai troppa, eccoli intorno all’altare. Una settantina. Due file intorno all’altare, a ridosso di don Giuseppe. "Beh, finalmente vi vedo negli occhi: in genere mi ci vuole il binocolo" scherza prima di iniziare la Messa. "Il Signore è il mio Pastore" cantano tutti. E lo sguardo corre su, all’uomo di Cimabue,. Ai volti tirati di Maria e del Battista. Ma soprattuto a quei colori, che 'sbattono' sulle pareti chiare. Un clima di famiglia. "Noi non abbiamo voglia di lasciare la nostra chiesa" sussurra il parroco dopo la benedizione finale. Lui non ne ha voglia, gli altri non ci pensano proprio. "Di qui non ci muoviamo".
Dietro il cappotto verde c’è uno dei membri del consiglio parrocchiale; c’è anche la sua firma sotto la lettera di risposta alla Soprintendenza. E ci mette la faccia quando mette i puntini sulle 'i'. "Restiamo qua. E qua deve restare anche il Cimabue". E’ come se tracciasse una linea in mezzo alla chiesa: di qua non si passa. Chiesa che, come tante altre, è riuscita finalmente a coinvolgere i laici nella sua gestione: ma ora li deve ascoltare. Anzi vuole. "E’ chiaro - comunica don Giuseppe - che finché non saremo fuori di questa emergenza il consiglio parrocchiale è come fosse in consiglio permanente. Vi terrò informati di ogni novità". Ma per ora non ce ne sono.
La conta delle capriate è quella solita: dieci sistemate, quattro o forse cinque no. E sono le quattro sopra le panche intermedie. Quelle che i parrocchiani evitano. Le impalcature sono in fondo. E costano care: in un anno quattrocentomila euro. E purtroppo non sono bastati ad evitare la chiusura del portone. La diocesi ha deciso di farsi sotto: nei prossimi giorni partirà la ricognizione, meglio se insime alla Soprintendenza. Ma per farla da vicino ci vogliono ponteggi. Quelli attuali al massimo rimarranno in piedi un’altra settimana. Spostarli non è operazione da poco. Problemi tecnici: ma gli operai, e i tecnici, la domenica giustamente fanno festa. E ieri era il giorno della Messa.
"Scambiatevi un segno di pace". Don Giuseppe dà il buon esempio e passa di sedia in sedia, di panca in panca. Stringe la mano a tutti. Nelle domeniche normali forse non lo avrebbe fatto: ma oggi, anzi ieri, non è una domenica normale. Il soffio dell’emergenza filtra dagli infissi di San Domenico, insieme alle folate ghiacciate delle prime ore d’inverno. Che si sciolgono solo lassù, intorno all’altare. Intorno all’uomo di Cimabue. "Non possiamo tenerlo prigioniero - ci sussurra una signora a fianco - prestiamolo per qualche mese ad un grande museo mondiale". Ma il mondo è lontano, lontanissimo da San Domenico. E’ al di là del portone sbarrato. E dell’uscio della canonica, che si apre e si chiude dolcemente dietro i cappotti degli ultimi parrocchiani.
Alberto Pierini
In genere il mercatino partiva nel giorno dell' Immacolata; quest'anno da sabato 29 novembre e per una settimana, tra piazza San Jacopo e piazza del Risorgimento tornano i banchi rinnovati. Parte di questi avrà come prerogativa la vendita e l'esposizione di prodotti natalizi