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PEDONE UCCISO IN VIA XXV APRILE

Stangata ridotta per il 'pirata'
Tre anni e mezzo anziché sei

Non torna in libertà il 'pirata' che sabato 4 ottobre travolse e uccise un pedone in via XXV Aprile, ma per lui la pena è stata ridotta: condannato a tre anni e dieci mesi, contro i sei anni richiesti dal Pm. L'uomo risultava in stato di ebbrezza

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vigili urbani Arezzo, 14 ottobre 2008 - Il giudice non sbatte il mostro in prima pagina, come temeva la difesa, ma lascia in carcere il 'pirata' di via XXV Aprile. La condanna è assai più lieve di quanto avesse chiesto il Pm Ersilia Spena, tre anni e sei mesi contro cinque anni e dieci, eppure non basta a far uscire di prigione Davide Angini. Il quarantenne, con precedenti per droga e guida in stato di ebbrezza, torna mestamente in cella fra un nugolo di agenti di custodia alla fine del processo per direttissima in cui doveva rispondere di aver travolto e ucciso, scappando, il pedone Giuseppe Genovese, 59 anni. Per aprirgli le porte di San Benedetto serviranno settimane, forse mesi, il tempo perchè la difesa metta a punto un programma di recupero che gli impedisca di far danni agli altri.

 

E’ una sentenza complessa quella del giudice Vincenzo Denaro, frutto della finezza giuridica che tutti riconoscono al magistrato. Da un lato attenua le richieste dell’accusa, bastonando alcune lacune delle indagini, ma dall’altro, pur riconoscendo le attenuanti generiche, dà ragione al Pm Spena su un punto fondamentale: la misura cautelare giustificata dalla pericolosità sociale di uno sciagurato che ha fatto di tutto e di più per mettersi nei guai: alcool, droga, piccoli reati e infine l’omicidio colposo con tanto di fuga e quindi di omissione di soccorso. E’ la prima volta, a memoria, che il responsabile di un incidente mortale resta in carcere dopo la condanna, anzi è la prima volta che un 'pirata' finisce in manette dopo essere stato sorpreso in flagranza.

 


Ce n’è abbastanza, insomma, perchè il Pm vada giù con la mano pesante, forte anche della bugia che Angini raccontò alla pattuglia della polizia municipale dopo essere stato fermato in via Cimabue, nemmeno un chilometro dal luogo della tragedia. Alle due vigilesse che gli chiedevano perchè avesse il parabrezza infranto il 'pirato', nonostante la lingua impastata dall’alcool e le pupille dilatate, disse che la mattina aveva investito un cinghiale. La prova, secondo l’accusa che non merita le attenuanti generiche, anche perchè i test cui il quarantenne fu sottoposto sono risultati positivi sia per l’alcool (tre volte oltre il limite) che per la cocaina. Di qui una richiesta di condanna persino più pesante di quanto il Pm Spena avesse detto di essere disposta a patteggiare nell’udienza di mercoledì scorso.

 

L’arringa dell’avvocato difensore Piero Melani Graverini è pacata ma dura nei confronti dell’accusa, cui si rimprovera di essersi fatta prendere la mano dall’emotività e di aver ricostruito l’incidente in maniera lacunosa. Secondo il legale, c’è un concorso di colpa da parte della vittima, che attraversò la strada a metà fra due strisce pedonali e quasi 'buttandosi' in mezzo alla carreggiata. L’omicidio colposo sotto l’effetto dell’alcool, ricorda Melani Graverini, è un reato 'di moda', che suscita sconcerto nell’opinione pubblica e durezza nel legislatore, ma qui bisogna stare ai fatti. E quelli dicono che se anche Davide Angini era ubriaco e positivo alla cocaina, droga e alcool con la dinamica c’entrano poco. Lui si è trovato dinanzi all’improvviso un pedone che gli è sbucato da dietro un’altra auto. Dopo averlo travolto è scappato in stato confusionale, anche la bugia del cinghiale è così mal congegnata da dimostrare che non era in sè. Ecco perchè merita le attenuanti generiche che farebbero scendere di un terzo la condanna chiesta dall’accusa. Pietosa la storia che racconta l’avvocato di parte civile Anna Boncompagni, che rappresenta la cognata vedova di Genovesi. Tre fratelli, figli di tre padri diversi, rimasti con la madre poi uccisa in un delitto e rinchiusi in un collegio di Bologna. Tre ragazzi senza famiglia e senza legami.

 

Un tocco di patetico in una storia dai contorni torvi, ma c’entra poco con il capo di imputazione. Il giudice Denaro ci pensa sopra quasi tre ore, dalle cinque del pomeriggio alle otto di sera. Poi la sentenza, che attribuisce il 30 per cento di colpa dell’incidente alla vittima (la parte civile viene liquidata con 13 mila euro), ma rispedisce in cella il 'pirata'. Lui, vestito con una felpa grigia, pantaloni e giacca di jeans, se ne va senza una parola, con l’espressione intontita dalla condanna. Per tutta la durata dell’udienza è rimasto con la testa piegata sul banco, incassata tra le spalle. Sembra pentito, probabilmente è pentito. Ma è troppo tardi.

Salvatore Mannino










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LA FOTO DEL GIORNO

Ceccherini e Paci

Al teatro Bucci 'Pinocchio'

Al Teatro Bucci di San Giovanni Valdarno, sabato 18 ottobre, secondo appuntamento con 'Pinocchio' con Paci, Ceccherini (nella foto) e Monni. Pinocchio è un ragazzo dei giorni nostri, rockettaro e metallaro, inseguito da una fata turchina ninfomane e amica di un Lucignolo cocainomane. Una versione particolare della favola che diventa così una riflessione ironica sulla vita moderna