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DELITTO PER GELOSIA

L’assassino dal Gip fa scena muta, confermato l’arresto

L'albanese si è avvalso della facoltà di non rispondere ma l'arresto è stato lo stesso convalidato. Sull'omicidio di via Piave non ci sono dubbi né su chi abbia ucciso né sulla dinamica. Il movente non è ancora chiaro. Verso l'incidente probatorio sulle registrazioni del cellulare

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AREZZO, OMICIDA PER GELOSIA Arezzo, 30 settembre 2008 - Non parla. Non ora almeno. Era già tutto previsto nell’udienza di convalida per l’arresto dell’assassino di Montevarchi. Krenar Cobo, il marito che ha ucciso a coltellate, per gelosia, il cugino Mariglen Balla, di cui sospettava che fosse l’amante della moglie, si è avvalso della facoltà di non rispondere, consigliato ovviamente dai suoi avvocati difensori, Giuseppe Renzetti e Lucia Barbagli. Antica regola difensiva: quando ancora non c’è chiarezza sui fatti, meglio fare scena muta, perchè una parola di troppo potrebbe diventare un boomerang. Quasi una parafrasi della classica frase sentita in tanti polizieschi americani: ha diritto di restarsene in silenzio, altrimenti tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei.

 


Nell’omicidio di via Piave non ci sono dubbi nè su chi abbia ucciso nè sulla dinamica (Mariglen è stato crivellato di coltellate). E’ il movente che non è ancora chiaro. Meglio, è evidente che si tratti di gelosia, ma non si sa quanto questa gelosia fosse giustificata. Il che non è un’attenuante ma nell’ottica della difesa potrebbe incidere sulla differenza fra omicidio d’impeto e premeditato. Nel primo caso la condanna potrebbe essere relativamente mite (una quindicina d’anni) almeno rispetto alla gravità del capo di imputazione, nel secondo il marito rischierebbe molto di più.

 


Per ora, comunque, il problema non si pone. Il Pm Roberto Rossi nell’udienza di ieri davanti al Gip Simone Salcerini, svoltasi nel carcere di San Benedetto, ha contestato 'solo' l’omicidio volontario, senza ulteriori aggravanti. Il resto dipenderà dallo sviluppo delle indagini e in particolare dalle verifiche in corso sul cellulare sequestrato al marito. Lui dice che contiene una registrazione inequivocabile, che dimostrerebbe la relazione fra la moglie e il cugino. Non l’ha raccontato ieri, ovviamente, quando si è limitato a verbalizzare la scelta del silenzio, ma l’aveva spiegato nei giorni scorsi durante il primo colloquio in carcere con i difensori. Carabinieri e polizia stanno lavorando sul cellulare per capire quando l’albanese abbia detto la verità e quanto invece fosse accecato dalla rabbia di una relazione che magari non c’era, come dice la moglie, ma che nel codice barbaricino cui si è ispirato Cobo doveva essere lavata nel sangue. Adesso le ipotesi sono due. O nel telefonino non c’è niente, oppure, se c’è qualcosa che possa confermare la verità del marito, si procederà con un incidente probatorio, cioè con un anticipo del processo vero e proprio nel corso del quale il cellulare sarà esaminato anche dagli esperti della difesa.

 

Se l’accusa dovesse restare quella attuale dell’omicidio volontario semplice, la difesa ricorrerà certamente al rito abbreviato, per guadagnare lo sconto di un terzo della pena che è tutta manna in caso di colpevolezza sicura. Il marito è incensurato, con le attenuanti generiche potrebbe davvero cavarsela in pochi anni, ancora meno quelli da trascorrere effettivamente in cella.

Salvatore Mannino










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