Parla l'agente Spaccarotella e chiede perdono alla famiglia Sandri: "Non sono un vigliacco ma volevo evitare che ci fossero strumentalizzazioni mediatiche di un dolore personale e privato. In aula ci andrò a patto che non comporti pericoli per la sicurezza mia e della mia famiglia. Ho avuto delle minacce"
Arezzo, 30 settembre 2008 - "Non volevo sparare, non volevo. Dovete credermi. Che era partito il colpo l’ho capito solo dal rumore dello sparo, non ho sentito neppure la pressione del grilletto che si abbassava". E’ un altro giorno clou per Luigi Spaccarotella, il poliziotto accusato di omicidio volontario per lo sparo da un’area di servizio all’altra dell’Autosole che costò la vita a Gabriele Sandri. Un giorno da protagonista, a una manciata di ore dall’udienza preliminare, dichiarata nulla dal Gip Simone Salcerini, cui non si era presentato. Nel fine settimana l’agente ci ha pensato e ripensato, gli bruciava in particolare fare la figura del pauroso che scappa dinanzi alla famiglia della sua (lui dice involontaria) vittima, continuavano a risuonargli nelle orecchie le parole di papà Sandri: "Si comporti da uomo". E alla fine l’agente calabrese, ex della Stradale, ora in servizio alla Polfer di Firenze, ha deciso di rompere il voto del silenzio che si era imposto. In mattinata una lunga dichiarazione all’Ansa, all’ora di pranzo un posto da protagonista nei Tg della Rai, nel pomeriggio l’appuntamento telefonico con la "Nazione", mediato da uno dei suoi avvocati, il pratese Gian Piero Renzo.
"Non sono un vigliacco - chiarisce subito Scapparatella - non scappo anche se non voglio pagare per quello che non ho fatto. Mi sono sempre assunto la responsabilità per quello che era successo, ma certo non per quello che non ho commesso e non avrei voluto accadesse". Eppure, se il poliziotto ci tiene a ribadire la sua dignità, ci tiene altrettanto a marcare l’umiltà con la quale chiede perdono ai Sandri: "Voglio essere molto chiaro. Ho sempre tentato di evitare strumentalizzazioni mediatiche di una sofferenza personale e privata. Ho evitato di aggravare il dolore della famiglia con interventi indelicati e inopportuni. Però adesso è arrivato il momento di dire che ai familiari di Gabriele chiedo perdono, anche se non trovo le parole. Ho ucciso il loro figlio. Dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli, anche se so che non sarebbe facile".
A dire il vero, racconta Spaccarotella, lui un tentativo di contatto l’aveva fatto quasi subito, per tramite del Vescovo Bassetti, che si sentì con il sacerdote incaricato di celebrare i funerali. Ma i Sandri fecero sapere che i tempi non erano ancora maturi. E’ il famoso canale ecclesiale cui avevano accennato la mattina dell’udienza gli avvocati Renzo e Francesco Molino. Ora, l’occasione giusta potrebbe diventare il prossimo appuntamento dinanzi al Gip, probabilmente a novembre. Stavolta Spaccarotella conta di esserci: "Sì, vorrei partecipare, a patto però che ci siano le garanzie di sicurezza per me e per la mia famiglia". Un riferimento alle telefonate anonime e alle minacce cui il poliziotto sarebbe sottoposto sul numero di casa.
Sarà il momento, dice ancora l’agente, per ribadire la sua innocenza: "E’ evidente, i miei avvocati hanno già spiegato e rispiegato l’andamento dei fatti, credo che negli atti del processo ci siano tutti gli elementi per chiarire che non ci fu volontarietà da parte mia. Correvo e il colpo mi è partito per caso, è stato anche deviato stando alle perizie".
D’altronde, racconta Spaccarotella, la domenica nera dell’11 novembre è stata una svolta anche per la sua vita: "Quel giorno maledetto è morto qualcosa dentro di me. Come si può pensare che abbia voluto uccidere qualcuno? Rimettermi la divisa, quando sono tornato al lavoro, non è stato facile. Non ho più voluto una pistola, non sono più voluto salire su un’auto della polizia". Solo lavoro d’ufficio, dietro una scrivania della Polfer di Firenze, dove il poliziotto attende ancora di sapere quale futuro lo aspetta. Libero o in carcere? Macchiato dall’accusa più grave o condannato solo per quella più leggera? La parola al giudice Simone Salcerini.
Salvatore Mannino
Ascanio Celestini (nella foto) traduce in spettacolo teatrale le memorie di chi ha conosciuto il manicomio. Si intitola 'La pecora nera' e sarà in scena al Teatro comunale Pietro Aretino martedì 7 e mercoledì 8 ottobre. Il racconto riunisce le visioni soggettive di chi il manicomio l'ha vissuto sulla sua pelle e le memorie di Celestini, i suoi incontri in un alternarsi continuo tra il dentro, quello degli istituti psichiatrici e il fuori, della società moderna