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GUARDIA DI FINANZA

Blitz Eutelia: dieci indagati
Perquisiti anche case e aerei

'Frode fiscale da 41 milioni di euro': è il reato ipotizzato dalla Guardia di Finanza e dal pm Roberto Rossi nei confronti di alcuni dirigenti di Eutelia, l'azienda aretina del settore telefonico. Si ipotizzano false fatture e triangolazioni, 'avviso' a Raimondo e Samuele Landi

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blitz, eutelia Arezzo, 22 maggio 2008 - Operazione crisalide, l’hanno chiamata, con un richiamo neppure troppo nascosto, alla Guardia di Finanza. Nel comunicato delle Fiamme Gialle non si fa il nome dell’azienda coinvolta nel blitz di ieri mattina, con accuse che vanno dalla frode fiscale (si parla di almeno 41 milioni di euro) al falso in bilancio e persino all’associazione a delinquere, ma non è che ci voglia tanta fantasia: la crisalide è un abbozzo di farfalla e l’eutelia è un tipo di farfalla. Infatti le indiscrezioni, non ufficiali, arrivano quasi subito, praticamente in presa diretta, mentre le perquisizioni nella sede sociale di via Calamandrei sono ancora in corso.

 

E non solo lì: i finanzieri del nucleo di polizia tributaria guidato dal capitano Umberto Piro e del comando provinciale del generale Umberto Di Nuzzo si presentano di buon mattino anche negli uffici di società della galassia Eutelia a Roma e a Milano, nelle abitazioni private di alcuni dei Landi, la famiglia che controlla l’azienda, all’aeroporto di Molin Bianco e a quello perugino di Sant’Egidio, dove sono di base i velivoli della flotta privata del gruppo delle telecomunicazioni, il quarto in Italia nel settore della telefonia fissa, con circa 3 mila dipendenti, alcune centinaia dei quali solo ad Arezzo.

 

Gli uomini delle Fiamme Gialle arrivano con tanto di decreto che li autorizza a perquisire. E’ firmato ancora una volta dal Pm Roberto Rossi, sempre lui, al suo terzo colpo contro big dell’economia aretina, dopo Mancini in Variantopoli e la Chimet con le accuse di presunto inquinamento. Insieme ai decreti di perquisizione vengono notificati anche una decina di avvisi di garanzia. Tra i destinatari ci sono di sicuro, secondo indiscrezioni autorevoli, Samuele Landi, 42 anni, già amministratore delegato fino a qualche settimana fa, e il fratello Raimondo, cinquantenne, vicepresidente.

 

Sarebbero indagati, ma su questo le conferme sono più labili, altri membri di una famiglia che si articola su tre generazioni. Con loro, nel mirino della procura e della Finanza, anche altri amministratori della galassia Eutelia. Nessuno invece vuol precisare come siano distribuite le accuse fra gli inquisiti. Tutti o quasi dovrebbero aver ricevuto l’avviso di garanzia per falso in bilancio e frode fiscale. Più o meno la metà si troverebbe alle prese anche con l’associazione a delinquere. Che siano almeno tre lo dice il codice penale, che li prevede come il numero minimo perchè scatti il reato.
 

 

I particolari tecnici dell’inchiesta sono assai complessi e ostici per chi non sia addentro al misteri del diritto tributario. Semplificando assai, gli inquirenti ipotizzano che attraverso false fatturazioni siano stati nascosti all’imposizione tributaria milioni di euro, imputati come costi e non come utili in bilancio. Trattandosi di una società quotata in borsa, saremmo di fronte pure a risorse sottratte alla disponibilità degli azionisti. È quasi inutile precisare che si tratta di uno scenario delineato dagli inquirenti, tutto da verificare e che gli indagati restano innocenti fino a prova contraria.
 

 

L’indagine, risultato di un lavoro all’interno dell’azienda che è durato più di un anno e che non è ancora concluso, ipotizza varie forme di illecito penale e fiscale. Innanzitutto la contabilizzazione di costi derivanti da fatture fasulle, cui si sarebbe accompagnata l’indebita deduzione di costi relativi ad operazioni condotte con imprese domiciliate in paesi a fiscalità privilegiata, fra cui Svizzera e San Marino. C’è poi la questione dell’Iva che sarebbe stata pagata con aliquote inferiori a quelle previste per il traffico telefonico prepagato. Le Fiamme Gialle ipotizzano inoltre l’esistenza di una 'stabile organizzazione' che riusciva a sottrarre alla tassazione, tramite triangolazioni anche con l’estero, imponenti risorse, i famosi 41 milioni.

 

All’interno dell’Unione Europea, l’Iva la paga solo il destinatario finale. Basta dunque mettere in piedi una società di capitali esigui per riuscire a far sparire somme notevolissime. Infine, il capitolo dei numeri 899, 166 e 178: si chiamava dall’Italia, rispondeva un’utenza bulgara o rumena e la risposta arrivava in italiano. Anche quelli sarebbero serviti per nascondere soldi al fisco. Solo ipotesi, finora, l’inchiesta è tutt’altro che chiusa.

Salvatore Mannino

 

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