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IL CASO CHIMET

Duello sui cavoli. Il perito:"Non sono un rischio"

Siamo già alla terza analisi che viene consegnata a seguito dei bliz che si sono susseguiti alla Chimet. Il laboratorio del Cnr aveva già restituito gli esiti dei controlli sulle acque da cui risultavano tracce di inquinanti, ora si passa ad analizzare gli ortaggi. Gli inquirenti insistono: "I metalli pesanti ci sono"

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Arezzo, 16 maggio 2008 - Ormai è battaglia persino sui cavolfiori e sui broccoli. Quelli prelevati in un campo vicino alla Chimet nel primo blitz della Forestale, il 20 febbraio, ed esaminati da un perito d’eccezione, il rettore dell’università di Siena Silvano Focardi. Il professore scrive che "gli ortaggi esaminati non rappresentano un pericolo per la salute umana", il che evidentemente è assai gradito alle fonti vicine all’azienda di Badia al Pino.

 

Ambienti investigativi (l’inchiesta è affidata al Pm Roberto Rossi) non contraddicono, come è naturale, tale osservazione, ma mettono l’accento anche su altri aspetti della relazione nei quali si evidenzia come tracce di metalli pesanti, 'modeste', siano state trovate anche sulle foglie di broccolo, di cavolo verde e di cavolo nero sottoposte alle analisi di Focardi. Come a dire che secondo i portavoce della Chimet le indagini sono arrivate, almeno a proposito degli ortaggi, a un punto morto, mentre fonti vicine alla procura ritengono invece che i risultati del rettore richiedano un ulteriore approfondimento dell’inchiesta.

 

Conviene allora ripartire daccapo, da quando due giorni dopo il blitz del 20 febbraio il Pm Rossi affida una perizia, sotto forma di esame tecnico irripetibile, al luminare dell’università di Siena, cui vengono inviati in busta chiusa antimanomissione campioni di terreno superficiale di un campo coltivato ad olivi a poche centinaia di metri dallo stabilimento, foglie di cavolo verde col loro substrato di suolo, foglie di broccolo e di cavolo nero con lo stesso substrato. I risultati sono stati depositati un paio di giorni fa. Focardi scrive che le tracce di Pcb (diossine) e altri inquinanti nei campioni di suolo "sono riferibili a condizioni di scarsa contaminazione" e che negli ortaggi "le stesse sostanze sono risultate inferiori ai limiti di rilevabilità strumentali". Quindi diossine scarse o inesistenti. Più complesso il dato sui metalli pesanti, a proposito dei quali il rettore parla di "modesti superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione... che coinvolgono cobalto, rame e stagno", ma nello stesso tempo afferma che "tali livelli non superano i valori limite".

 

Sempre secondo il professore, "sono state osservate anomalie nei livelli di bioaccumulo di cromo e rame nelle foglie di ortaggio". Ma, spiega, non si possono fare "considerazioni fondate circa la provenienza di queste sostanze". E’ possibile "una relazione fra le anomalie riscontrate nei reperti e le attività dello stabilimento, ma non si può escludere la presenza di fonti diverse come le pratiche agricole di fertilizzazione e applicazione dei pestidici". Insomma, i livelli leggermente anomali di metalli pesanti possono dipendere dalla Chimet come pure dai pesticidi adoperati dall’agricoltore.

 

Una conclusione che lascia aperte le porte a tutte le ipotesi, sia quelle del Pm Rossi che quelle dell’azienda. Di certo, "non si evidenziano criticità di tipo sanitario". Affermazione che naturalmente piace alla Chimet. Ma, ribattono gli ambienti investigativi, non sono mai stati ipotizzati pericoli del genere, altrimenti avremmo contestato l’avvelenamento e non l’inquinamento. 

Salvatore Mannino










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