Un'altra udienza Variantopoli. I testimoni hanno ricostruito la cronaca dei fatti che hanno portato al 29 settembre del 2000, giorno in cui venne finalmente approvata la variante della multisala. Bertini accusa: "Cin cin fra assessore Berti, Novalis e Mariottini"
Arezzo, 29 aprile 2008 - L’Hotel Minerva come l’albergo del libero scambio: gente che va, gente che viene, gente che brinda. Imprenditori che trattano, faccendieri che tramano, consiglieri comunali che fanno la spola con Palazzo Cavallo, dove è appena finita la riunione del consiglio comunale. Sembra la trama di un romanzo di Balzac la cronaca della sera, il 29 settembre (ahi, Lucio Battisti) del 2000 in cui viene finalmente approvata, dopo settimane di incertezza, la variante della multisala. Una cronaca che i testimoni hanno ancora una volta ricostruito, ieri, con nuovi particolari, nell’aula di Variantopoli.
Tocca a Franco Olivieri, consigliere d’amministrazione della Novalis di Pescara, protagonista dell’operazione assieme a Marino Mariottini, dare la prima nota di colore. La scena è sempre la solita: i dirigenti della società, l’ex direttore sportivo dell’Inter e Stefano Bertini, titolare della seconda licenza di multisala al centro affari, cui aveva rinunciato dieci giorni prima, il 19 settembre, in cambio di due miliardi in vecchie lire, riuniti in una saletta del Minerva in attesa dell’esito del consiglio comunale. Bertini, racconta Olivieri, tiene i contatti con Palazzo Cavallo per telefono. Intanto si tratta e volano parole grosse, persino parolacce. Perchè è subito chiaro che la Novalis non otterrà i 2500 metri quadrati di commerciale richiesti ma al massimo 1500. A un certo momento la riunione sembra saltare: Bertini si alza e se ne va. Lo insegue Mariottini. "Ci disse chiaramente - racconta Olivieri - che se non si faceva l’accordo la pratica non passava". Ed è proprio il direttore sportivo a fare il sacrificio: accollandosi un miliardo e 200 milioni del miliardo e mezzo sul quale si conclude l’accordo per la buonuscita. Il consiglio comunale vota alle otto di sera, il resto è un giallo, un giallo fatto di contatti e di brindisi.
Da Palazzo Cavallo, spiega il dirigente della Novalis, arrivarono due consiglieri comunale che lui non conosceva per incontrare Bertini. Chi erano? Il presidente del tribunale Mauro Bilancetti richiama sul banco dei testimoni, con tono piuttosto irritato, Mariottini. Lui ne identifica uno: l’architetto Massimo Rossi. "L’altro - dice - non mi ricordo come si chiama, so solo che aveva la barbetta".
Tocca allora a Bertini piazzare il coup de theatre in una dichiarazione spontanea: "Escludo che ci fosse Rossi, di sicuro ho visto un assessore che brindava con quelli della Novalis ed era il titolare dell’urbanistica Paolo Berti. E’ bastato a convincermi che avevo fatto bene a tirarmi fuori dall’operazione". Bilancetti, con la voce sempre più tesa, richiama ancora Mariottini a testimoniare: era davvero Berti il politico che brindava al Minerva? "Non me lo ricordo con certezza - è la risposta - ma non posso escluderlo". Il diesse tuttavia ci tiene a ribadire che i politici al Minerva erano venuti soprattutto per parlare con Bertini, lasciando intendere che era lui il burattinaio che teneva i fili del consiglio comunale. Impressione che cerca di dare anche Olivieri: "Pagammo Bertini perché lui ci aveva fatto capire di essere in grado di far approvare la nostra osservazione".
Il quadro della serata dipinto da testimoni e imputati finisce qui, senza certezze su quel che sia successo davvero, ma con la sensazione amara di una politica che si mescola allegramente con gli affari.
In precedenza, Olivieri aveva raccontato la trattativa svoltasi nelle prime settimane di settembre: l’incontro a Pescara fra gli uomini della Novalis e Bertini e l’ipotesi di un accordo, poi siglato al Jolly di Roma, per rimuovere il "qualcosa che impediva l’approvazione dell’osservazione". Il socio dell’imprenditore fiorentino, Roberto Giannelli, aveva invece spiegato che sapeva della trattativa per rinunciare alla multisala del centro affari in favore dell’altro progetto, ma che non ne conosceva i termini.
A due ex consiglieri del centrosinistra è toccato infine di raccontare il retroscena politico. Paolo Nicchi (allora Ds) ha detto di come l’Ulivo si fosse convinto a rovesciare la sua posizione: dal sì del ’99 al no del 2000. Alfio Nicotra di Rifondazione ha rivendicato al suo gruppo di aver trascinato verso questa linea il resto dell’opposizione, sollecitando pure l’interrogazione alla camera del collega di partito Giorgio Malentacchi. Per lui era solo politica, la cronaca giudiziaria è venuta dopo.
Salvatore Mannino
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