Mi lascia perplessa la sentenza del Tribunale di Roma con la quale si condanna a dieci anni di carcere l’investitore di due ragazzi, morti sul colpo... Risponde il direttore de 'La Nazione' Francesco Carrassi
Mi lascia perplessa la sentenza del Tribunale di Roma con la quale si condanna a dieci anni di carcere l’investitore di due ragazzi, morti sul colpo. Fino ad ora per episodi analoghi la pena non aveva superato i due-tre anni. Possibile che ci siano disparità così rilevanti? E ci si può fidare di una giustizia che procede a singhiozzo e magari sotto la spinta emotiva dell’opinione pubblica?
Laura Gatti, Firenze
Risponde il direttore de 'La Nazione' Francesco Carrassi
C’era già stato un precedente: la condanna definitiva a 18 anni di carcere ad un cittadino marocchino che a Milano, a bordo di un auto rubata, si schiantò contromano contro un’altra auto e nello scontro morì un bimbo di sei anni. Il tribunale di Roma ha emesso una sentenza proporzionata alla gravità del fatto contestando l’omicidio volontario. Non è stato provato che il giovane condannato a dieci anni fosse sotto l’effetto di droghe e di alcool al momento dello spaventoso incidente: resta il fatto che quella maledetta notte 'bruciò' due semafori rossi a cento chilometri all’ora, travolse e uccise due fidanzati e fuggì senza prestare soccorso. Non va poi dimenticato che episodi di questo tipo sono purtroppo molto frequenti, soprattutto per colpa di persone ubriache e drogate che si mettono al volante in condizioni devastanti. Fino a qualche tempo fa i reati legati alla guida sono stati considerati come minori. Adesso, giustamente, non può essere più così per i casi rilevanti. Non prendiamocela con la giustizia, che fa il suo dovere, ma con chi travolge e ammazza vite innocenti.
Il direttore de 'La Nazione' Francesco Carrassi